Improbabili voci sotto il cielo di Berlino

Lo zucchero delle bustine non si salva. Sia che si dissolva nel caffè, sia che se ne avanzi.

C’è chi giura di averlo sentito gridare. Di averli sentiti gridare, tutti i granelli, ma indistinguibili, in un unico suono appena percepibile eppure lancinante. Quella mattina li ho sentiti distintamente. Così come anche le imprecazioni del cucchiaino “guarda che puoi girarmi senza per forza schiantarmi la testa contro la ceramica tutte le volte”. E la tazzina “possibile non riescano mai a evitare che una goccia bollente mi ustioni la schiena”, “tu te la cavi con una goccia che scivola, io resto con quella goccia sparsa addosso fino a che finiscono di bere, mi fanno sentire così sporco” interviene il piattino, aggiungendo risentito “poi ci sono quelli che bevono a sorsetti e allora mi tocca sopportare il tuo peso sulla pancia una mezza dozzina di volte, quando va bene”.

Quella mattina sentivo ogni cosa. Come se tutto avesse aspettato quel preciso momento per dare segni della propria esistenza o come se io avessi aspettato quei precisi momenti per mettermi davvero in ascolto. Come un uomo stanco, davanti a una scelta difficile, che ascolta chiunque fino a che qualcuno gli consiglia esattamente il consiglio che voleva sentirsi dare. Io sono finito ad ascoltare le cose, tanto per avere più pareri.

C’era poi la macchina del caffè, rassegnata all’uso nefasto che ne facevano, “maledetti crucchi! maledetti!” e il vapore per schiumare il latte “pensa che saremmo potuti finire in Francia”, “hai ragione, in fondo le probabilità di arrivare in Italia sono così esigue ch’è meglio accontentarsi e godersela”.

Poi la ragazza dietro il bancone dice qualcosa. Sorrido e rispondo qualcosa anch’io, ma se avessimo soltanto sorriso sarebbe stato più che sufficiente e persino più significativo. Pago e me ne vado, ma sento ancora lo spremiagrumi elettrico dire qualcosa sulla cattiva qualità delle arance congelate che arrivano dalla Spagna, ma mi hanno annoiato tutti i loro discorsi da bar, ed esco.

Per il marciapiede è un frastuono a tratti snervante. Milioni di sassolini di ghiaia minuscola che non la smettono di dire la loro su qualunque argomento. La pioggia del giorno prima, il ghiaccio che non c’è e li fa sentire inutili, il modo di strascicare i piedi di certe persone, i tacchi a spillo, il massaggio gradevole di certe ruote sgonfie di bicicletta e quello sgradevole delle ruote dure dei trolley. Nessuno però ha una mezza parola per me. Credevo che a un certo livello funzionasse come una specie di telepatia, che io ho delle domande ricorrenti e loro rispondono, e invece niente. Allora arrivo alla stazione, mi accendo una sigaretta e fisso i binari. Questi in un primo momento sembrano silenziosi. Poi dal nulla ecco levarsi un sonoro “si può sapere che cazzo ti guardi?”. Me l’aspettavo che i binari fossero belli tosti, ma non immaginavo così scontrosi. Gli dico “no, niente, è che non so bene cosa fare”, “e pensi che fissarci serva a qualcosa”, “no, ma magari voi che fate andare tutti i treni a destinazione, sapete quale consiglio darmi”, “tu sei un treno?”, “no, non sono un treno”, “e allora cosa pretendi ti diciamo?”, “non lo so, ma facciamo finta che io sia un treno. Se dovessi scegliere tra il partire e il restare, tu cosa mi consiglieresti?”, “se fossi un treno non avresti scelta, e ti diremmo di partire, a meno che tu non soffra di un qualche guasto o sia troppo vecchio e poco sicuro per muoverti ancora”, “non sono guasto, né così vecchio”, “resta il fatto che non sei neanche un treno”, “così pare”. “Grazie lo stesso, sta arrivando il mio, devo andare”, “grazie a te, che ci hai distratto per un po’ dai pensieri monotoni di quelle pesanti ferraglie arrugginite, ma la prossima volta evita di fissarci così, che un po’ ci scoccia”, “la prossima volta saluterò senza fissarvi, promesso”.

“Te l’avevo detto che aprivano prima me”, “hai vinto un’altra volta, con te non gioco più”, “sai bene di non avere molte alternative”, “sì, e se non me lo ricordassi tutte le volte, sarei meno depressa”, se la chiacchieravano le porte della carrozza, però con quel tono lento e pacato, tipico delle gag che sono andate avanti più tempo del previsto e si ripetono all’infinito, giusto perché ci si è abituati a dire quelle stesse cose e si è troppo esausti per anche solo un minima variazione sul tema.

Non mi siedo, che se c’è una cosa che mi scazza più dello stare in piedi, è dovermi alzare per una vecchietta che mi si piazza davanti, fingendo che sia per caso, ma sapendo benissimo che alla fine mi sentirò costretto a cederle il posto.

Ho imparato dalla precedente leggerezza e senza esitare saluto subito il vetro di fronte a me, mentre fuori, Berlino, inizia a correre veloce nella direzione opposta alla mia. “Possibile che tu mi veda?”, “trovo che la cosa più curiosa sia che io ti senta”, “sì, effettivamente hai ragione, ma non credere, che anche quelli che mi vedono sono molto pochi”, “avete la sfiga di essere trasparenti, ma è anche il vostro punto forte”, “sì, ma alla lunga è snervante, vedere nei vostri occhi tutte le emozioni del mondo e manco una che sia per noi”, “sì, credo di riuscire a capire…”. Gli racconto un po’ la situazione. Che non so stare fermo. Che arrivo in un posto e poco dopo mi prende la smania di ripartire. Gli dico di Penelope, che le voglio bene, e poi è innegabilmente bella, più che bella, certi dicono sia persino figa e insieme nelle fotografie siamo una coppia da centinaia di approvazioni su Instagram, eppure non è che mi sia fatto troppi scrupoli, perché quando si tratta di partire io devo partire e non si discute, non glielo permetto, come fosse una cosa tanto naturale e ovvia da non poter essere che accettata, possibilmente con entusiasmo.

“Sai tu”, “tutto qui? milioni di sguardi ti hanno attraversato, infiniti stati d’animo, eruzioni emotive e passeggere sensazioni e tutto quello che mi sai dire è – sai tu ?”, “hai l’aria di chi sa già cosa fare, e non sono in vena di sprecare parole, anche perché non sono neanche abituato a parlare così tanto”, “non pensare a quello che so o che non so, dimmi che cos’hai visto durante tutti i chilometri che hai viaggiato e che silenziosamente hai fissato e ascoltato i viaggiatori che ti vedevano senza quasi mai guardarti”, “allora ascolta, non so se è quello che vuoi sentirti dire, ma posso dirti che chi non parte può anche passare anni o perfino una vita intera a rimpiangerlo, a pensare come sarebbe andata se, e io ne ho visti e ne vedo, stessa carrozza, stesso sedile, stessi occhi malinconici e impermeabili, mentre chi decide di andare via può stramazzare per qualche ora, qualche giorno, poi si riprende e si scopre felice, in barba a fidanzati, amici o parenti. E non è cattiveria, sono solo modi di stare al mondo. Ognuno ha il suo. Possono essere più o meno dolorosi, ma vanno rispettati e chi ti ama può darsi anche non capisca mai, ma avrebbe certo capito tutto il male che ti avrebbe fatto trattenendoti”.

“Grazie vetro”, “grazie a te per avermi guardato e parlato”.

Premo rapido il bottone della porta che perdeva sempre e la sento esultare quasi fino alle lacrime per essersi aperta prima dell’altra. E poi anche imprecazioni e insulti di varia natura, ma chissà quanta rabbia covava dentro, poverina, c’è da capirla.

Davanti a me di dispiega la Friedrichstrasse, la strada seziona tutta Berlino da Nord a Sud.
Davanti a me la libertà di poter scegliere, e un residuo di forza e incoscienza per poterlo ancora fare.
Davanti a me… la pioggia. Ma dio. Sicuro che se avessi parlato con l’ombrella mi avrebbe avvertito. Quelli lo sentono nell’aria, lo capiscono quando tu le nuvole ancora neanche le vedi. Non come noi che dobbiamo sempre finirci dentro alle cose per poterle capire, e spesso manco basta.

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le tue guance rosse mi ricordano com’era bello succhiare i ghiaccioli senza pensare ai pompini.

Così le chiedo com’è che si dipinge le guance.
Non risponde e guarda bene bene in un punto dove io non riconosco grandi attrattive per le retine. Non mi resta che ripetere, scandendo meglio le parole che capita che a volte me le mangi. Che non è proprio un mangiare, ma uno smangiucchiare. Come l’estremità delle bic o di qualunque biro o matita o pennarello mi passi per le mani. Attaccamento alla fase orale? Può essere. Ma a chi è che non piace succhiare qualcosa. E adesso non iniziamo con le solite visioni sessuali delle cose del mondo. Se non si succhiano peni fino almeno, questo lo voglio pensare pur sapendo non è detto sia vero, fino almeno ai quattordici anni. Ma ricordo bene come certe cose succedevano già quando posavo il culo sulle seggioline di legno, sgangherate e rumorose, delle medie dai salesiani: sessioni erotiche e location da paura come la chiesa e i confessionali, che per quelli che avevano già intrapreso la strada dei piaceri carnali, erano come lo zucchero sul bombolone o il ripieno morbido del duplonocciolatoleggero. Tutto accadeva mentre io m’imbarazzavo ancora per uno sguardo un po’ più lungo del normale o l’odore di un balsamo o una mano sfiorata per sbaglio. Dicevo che non abbiamo alcun approccio all’oralità sessuale fino a una certa età e allora perché non potrebbe essere proprio quell’oralità una derivazione, una conseguenza e non l’origine? Ci succhiamo tutti e ci succhiamo tutto per ricordarci di quei giorni a piedi nudi e costumino mentre corriamo felici e spensierati (questo poi è tutto da vedere) con in mano le monetine lasciate dalla mamma o dai nonni (non i miei) per andare a chiedere e ottenere il nostro ambitissimo ghiacciolo alla menta o il calippo alla cocacola che chimicamente frizza, e nessuno allora si prendeva bene a guardare l’amica succhiarsi con gusto il suo gelato ghiacciato. E i brividi venivano solo per il freddo ai denti e non perché qualcuna improvvisamente decide di azzannare invece che succhiare fino alla fine. Sì, la fase orale poi, in realtà, si ricollega a un’altra roba. Sì, lo so, ma se si parla di oralità solo le neomamme pensano all’allattamento (e gli amanti del genere..), a tutti gli altri vengono in mente i pompini e chi non lo ammette mente, e chi non lo ammette guardandoti dritto negli occhi ha un futuro in politica o in certe chiese bostoniane. Perché poi ci fregano con queste cose di ciò che pensiamo, ma non sappiamo di pensare, l’invenzione maledetta e fraudolenta dell’inconscio. Perché ci spiegano come risolvere problemi che esistono in una dimensione parallela e dicono che una volta fatti i conti con quello che non c’è risolveremo anche i guai con tutto quello che c’è. A me sembra che il mondo sia pieno di psicanalisti, ma la gente non stia poi così meglio.

Allora provo a riformulare la domanda, coi giusti accenti e le corrette pause. E le richiedo com’è che ti dipingi le guance con quel rosso sfumato lì. A questo punto lei alza lo sguardo come a dirmi che cazzo mi stai chiedendo, che neanche so chi sei. Invece non dice niente, lascia cadere un mezzo sorriso, raccoglie le sue cose e se ne va. Ma a me sembrava uno spunto buono. Perché poi le avrei chiesto se magari era perché così nessuno si poteva accorgere quando si emozionava per davvero. E allora forse solo col suo innamorato si sciacquava via tutto prima di fare l’amore. Come una specie di regalo camuffato mentre stava in mezzo a gente che non erano il suo innamorato. Così capivo anche se ce l’aveva o meno un innamorato. E invece niente. Mi sono beccato lo sguardo che si dà i mezzi pazzi e sarà per un altro giorno, un’altra donna. Quella che capirà quello che dico. Perché forse, alla fine, conta capirsi senza traduttore. Ti amo perché quando parliamo non c’è bisogno di spiegarsi tanto. Ti amo perché non devo stare a riformulare le cose che dico in un modo ordinario, ma le capisci così come sono. Ti amo perché capisci quello che dico così com’è. In pratica se capisci anche quando smangiucchio le parole, ti sposerò.

Al punto che.

Siamo arrivati al punto
che quel ch’è autentico
ci commuove
siamo arrivati al punto
che ci resta così poco
che si va per esclusione.

Siamo arrivati al punto
che i porno ci eccitano
nostalgicamente
siamo arrivati al punto
che la verità è insidiosa
e frequentiamo chi ci mente.

Siamo arrivati al punto
che i suoi occhi enormi
spaventano
e di tutto quell’infinito
che promettevano, ora
non saprei che farmene

Siamo arrivati al punto
che non ho voglia di fumare
e fumerò lo stesso
sono cosi poche le cose
che ho imparato a fare
che appena posso io le faccio

Siamo arrivati al punto
che chi se ne frega
di un’altra vita
siamo arrivati al punto
che agognamo solo a un letto comodo
appena questa è finita.

Chiedi chi sono gli Stadio. Canzoni fondamentali.

Per la bio c’è sempre l’affidabile wiki. Qua parlano le canzoni. In assenza di note, si tratta di gusto personale senza perché e senza ma.

  1. Grande figlio di puttana | feat. Lucio Dalla.
  2. Albachiara | le dita che suonano quelle note dell’intro famose almeno quanto, e probabilmente più, del nostro nazionale inno, sono di Gaetano Curreri che dopo innumerevoli take imperfette (tutti molto precisini, lì in quel giro) fu registrato di nascosto per sottrarlo all’ansia da prestazione, e la cosa funzionò.
  3. Chiedi chi erano i Beatles | testo del poeta Roberto Roversi, #generazionale1
  4. Acqua e sapone | nella colonna sonora dell’omonimo film di Carlo Verdone.
  5. Gaetano Curreri – Carlo Verdone – Vasco Rossi | che trio stupefacente.
  6. La faccia delle donne | feat. Vasco Rossi.
  7. Dentro le scarpe
  8. Canzoni alla radio | con questa gli occhi perdono sempre un po’, e non c’è idraulico che possa aiutare.
  9. Stabiliamo un contatto | al Festivalbar fece sfaceli. Il Festivalbar. Eh già. Eh fu.
  10. Un disperato bisogno d’amore | altro successone vacanziero che va bene trecentosessanta giorni l’anno. Quando anche le canzoni pop-rock avevano l’assolone, ora regnano i loop. Mode.
  11. Swatch | #generazionale2
  12. Chiaro
  13. Generazione di fenomeni | sigla della prima serie de “I ragazzi del muretto”. Eh sì, ricordoni.
  14. Graffiti |”adesso siamo lontani, ma so che passerai di qua. Non cambierà niente domani, ma tu saprai la verità“.
  15. Ballando al buio | quell’estate. L’abbronzatura. Il walkman. I saluti finali, al tramonto, prima dei titoli di coda. Le bugie.
  16. Jimmy | testo di Guccini che pare si prenda parecchio bene a raccontare incidenti stradali. Semplice ed evocativa da matti. Sei lì, circondato dal grano a ricordare qualcuno.
  17. La tua ragazza sempre | scritta per Irene Grandi. Seconda a Sanremo.
  18. Eppure mi hai cambiato la vita | uno dei pochi ricordi sensati del Sanremo 2008. Gran duetto sulla canzone di Moro.
  19. …e dimmi che non vuoi morire | scritta per Patty Pravo da Curreri – Ferri / Rossi – Ferri, un capolavoro della musica leggera italiana. E non è che uno ci può tanto discutere. Ottava a Sanremo e premio della critica, Mia Martini.
  20. Un senso | scritta con Vasco, da Saverio Grandi e Gaetano Curreri.
  21. Vuoto a perdere | la premiata ditta Curreri – Rossi firma questo brano per Noemi. Resta attualmente il suo più grande successo.

 

N.B. Saverio e Irene, per ciò che si sa ad oggi, non risultano essere imparentati.

sanremo2016_stadio foto ©elle.it

viti e brugole

Non lo so perché
e non me lo chiedere
perché ogni testo che inizio
ha davanti una negazione
perché pianifico partenze
senza destinazione
perché tutto quello che cerco
tu mi diresti “non c’è”
perché se ancora ti cerco
ti chiedi sempre… “perché
perché proprio me”.

Non lo so perché
e ci viene da ridere
quando ti guardo e non penso
quando ti parlo e penso in eccesso
perché non sono equilibrista
e il cuore mi sbilancia
perché averti addosso mi slancia
perché dimenticarti
è un pensiero che mi scansa
e dal masturbarmi a scrivere poesie
non c’è poi tutta quella distanza.

Non lo so perché
e non me lo chiedere
perché ti sento parte di me
più o meno come le spine per l’istrice
la luce intermittente per le lucciole
il senso del gol per ibrahimovic
le viti per la brugola
l’unico amore della tortora
la fine del mondo per l’apocalittico
l’amore fino alla morte per Willy Shakespeare
la fine dell’amore per Damien Rice
tua madre che ammonisce con i suoi “vedrai…”
io disorientato nella giungla dei miei forse,
e tu a valutare se valga la pena scardinare anche uno solo
uno tra tutti i tuoi mai.

 

[ canzone suggerita: https://goo.gl/eEVH1G ]