Improbabili voci sotto il cielo di Berlino

Lo zucchero delle bustine non si salva. Sia che si dissolva nel caffè, sia che se ne avanzi.

C’è chi giura di averlo sentito gridare. Di averli sentiti gridare, tutti i granelli, ma indistinguibili, in un unico suono appena percepibile eppure lancinante. Quella mattina li ho sentiti distintamente. Così come anche le imprecazioni del cucchiaino “guarda che puoi girarmi senza per forza schiantarmi la testa contro la ceramica tutte le volte”. E la tazzina “possibile non riescano mai a evitare che una goccia bollente mi ustioni la schiena”, “tu te la cavi con una goccia che scivola, io resto con quella goccia sparsa addosso fino a che finiscono di bere, mi fanno sentire così sporco” interviene il piattino, aggiungendo risentito “poi ci sono quelli che bevono a sorsetti e allora mi tocca sopportare il tuo peso sulla pancia una mezza dozzina di volte, quando va bene”.

Quella mattina sentivo ogni cosa. Come se tutto avesse aspettato quel preciso momento per dare segni della propria esistenza o come se io avessi aspettato quei precisi momenti per mettermi davvero in ascolto. Come un uomo stanco, davanti a una scelta difficile, che ascolta chiunque fino a che qualcuno gli consiglia esattamente il consiglio che voleva sentirsi dare. Io sono finito ad ascoltare le cose, tanto per avere più pareri.

C’era poi la macchina del caffè, rassegnata all’uso nefasto che ne facevano, “maledetti crucchi! maledetti!” e il vapore per schiumare il latte “pensa che saremmo potuti finire in Francia”, “hai ragione, in fondo le probabilità di arrivare in Italia sono così esigue ch’è meglio accontentarsi e godersela”.

Poi la ragazza dietro il bancone dice qualcosa. Sorrido e rispondo qualcosa anch’io, ma se avessimo soltanto sorriso sarebbe stato più che sufficiente e persino più significativo. Pago e me ne vado, ma sento ancora lo spremiagrumi elettrico dire qualcosa sulla cattiva qualità delle arance congelate che arrivano dalla Spagna, ma mi hanno annoiato tutti i loro discorsi da bar, ed esco.

Per il marciapiede è un frastuono a tratti snervante. Milioni di sassolini di ghiaia minuscola che non la smettono di dire la loro su qualunque argomento. La pioggia del giorno prima, il ghiaccio che non c’è e li fa sentire inutili, il modo di strascicare i piedi di certe persone, i tacchi a spillo, il massaggio gradevole di certe ruote sgonfie di bicicletta e quello sgradevole delle ruote dure dei trolley. Nessuno però ha una mezza parola per me. Credevo che a un certo livello funzionasse come una specie di telepatia, che io ho delle domande ricorrenti e loro rispondono, e invece niente. Allora arrivo alla stazione, mi accendo una sigaretta e fisso i binari. Questi in un primo momento sembrano silenziosi. Poi dal nulla ecco levarsi un sonoro “si può sapere che cazzo ti guardi?”. Me l’aspettavo che i binari fossero belli tosti, ma non immaginavo così scontrosi. Gli dico “no, niente, è che non so bene cosa fare”, “e pensi che fissarci serva a qualcosa”, “no, ma magari voi che fate andare tutti i treni a destinazione, sapete quale consiglio darmi”, “tu sei un treno?”, “no, non sono un treno”, “e allora cosa pretendi ti diciamo?”, “non lo so, ma facciamo finta che io sia un treno. Se dovessi scegliere tra il partire e il restare, tu cosa mi consiglieresti?”, “se fossi un treno non avresti scelta, e ti diremmo di partire, a meno che tu non soffra di un qualche guasto o sia troppo vecchio e poco sicuro per muoverti ancora”, “non sono guasto, né così vecchio”, “resta il fatto che non sei neanche un treno”, “così pare”. “Grazie lo stesso, sta arrivando il mio, devo andare”, “grazie a te, che ci hai distratto per un po’ dai pensieri monotoni di quelle pesanti ferraglie arrugginite, ma la prossima volta evita di fissarci così, che un po’ ci scoccia”, “la prossima volta saluterò senza fissarvi, promesso”.

“Te l’avevo detto che aprivano prima me”, “hai vinto un’altra volta, con te non gioco più”, “sai bene di non avere molte alternative”, “sì, e se non me lo ricordassi tutte le volte, sarei meno depressa”, se la chiacchieravano le porte della carrozza, però con quel tono lento e pacato, tipico delle gag che sono andate avanti più tempo del previsto e si ripetono all’infinito, giusto perché ci si è abituati a dire quelle stesse cose e si è troppo esausti per anche solo un minima variazione sul tema.

Non mi siedo, che se c’è una cosa che mi scazza più dello stare in piedi, è dovermi alzare per una vecchietta che mi si piazza davanti, fingendo che sia per caso, ma sapendo benissimo che alla fine mi sentirò costretto a cederle il posto.

Ho imparato dalla precedente leggerezza e senza esitare saluto subito il vetro di fronte a me, mentre fuori, Berlino, inizia a correre veloce nella direzione opposta alla mia. “Possibile che tu mi veda?”, “trovo che la cosa più curiosa sia che io ti senta”, “sì, effettivamente hai ragione, ma non credere, che anche quelli che mi vedono sono molto pochi”, “avete la sfiga di essere trasparenti, ma è anche il vostro punto forte”, “sì, ma alla lunga è snervante, vedere nei vostri occhi tutte le emozioni del mondo e manco una che sia per noi”, “sì, credo di riuscire a capire…”. Gli racconto un po’ la situazione. Che non so stare fermo. Che arrivo in un posto e poco dopo mi prende la smania di ripartire. Gli dico di Penelope, che le voglio bene, e poi è innegabilmente bella, più che bella, certi dicono sia persino figa e insieme nelle fotografie siamo una coppia da centinaia di approvazioni su Instagram, eppure non è che mi sia fatto troppi scrupoli, perché quando si tratta di partire io devo partire e non si discute, non glielo permetto, come fosse una cosa tanto naturale e ovvia da non poter essere che accettata, possibilmente con entusiasmo.

“Sai tu”, “tutto qui? milioni di sguardi ti hanno attraversato, infiniti stati d’animo, eruzioni emotive e passeggere sensazioni e tutto quello che mi sai dire è – sai tu ?”, “hai l’aria di chi sa già cosa fare, e non sono in vena di sprecare parole, anche perché non sono neanche abituato a parlare così tanto”, “non pensare a quello che so o che non so, dimmi che cos’hai visto durante tutti i chilometri che hai viaggiato e che silenziosamente hai fissato e ascoltato i viaggiatori che ti vedevano senza quasi mai guardarti”, “allora ascolta, non so se è quello che vuoi sentirti dire, ma posso dirti che chi non parte può anche passare anni o perfino una vita intera a rimpiangerlo, a pensare come sarebbe andata se, e io ne ho visti e ne vedo, stessa carrozza, stesso sedile, stessi occhi malinconici e impermeabili, mentre chi decide di andare via può stramazzare per qualche ora, qualche giorno, poi si riprende e si scopre felice, in barba a fidanzati, amici o parenti. E non è cattiveria, sono solo modi di stare al mondo. Ognuno ha il suo. Possono essere più o meno dolorosi, ma vanno rispettati e chi ti ama può darsi anche non capisca mai, ma avrebbe certo capito tutto il male che ti avrebbe fatto trattenendoti”.

“Grazie vetro”, “grazie a te per avermi guardato e parlato”.

Premo rapido il bottone della porta che perdeva sempre e la sento esultare quasi fino alle lacrime per essersi aperta prima dell’altra. E poi anche imprecazioni e insulti di varia natura, ma chissà quanta rabbia covava dentro, poverina, c’è da capirla.

Davanti a me di dispiega la Friedrichstrasse, la strada seziona tutta Berlino da Nord a Sud.
Davanti a me la libertà di poter scegliere, e un residuo di forza e incoscienza per poterlo ancora fare.
Davanti a me… la pioggia. Ma dio. Sicuro che se avessi parlato con l’ombrella mi avrebbe avvertito. Quelli lo sentono nell’aria, lo capiscono quando tu le nuvole ancora neanche le vedi. Non come noi che dobbiamo sempre finirci dentro alle cose per poterle capire, e spesso manco basta.

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le tue guance rosse mi ricordano com’era bello succhiare i ghiaccioli senza pensare ai pompini.

Così le chiedo com’è che si dipinge le guance.
Non risponde e guarda bene bene in un punto dove io non riconosco grandi attrattive per le retine. Non mi resta che ripetere, scandendo meglio le parole che capita che a volte me le mangi. Che non è proprio un mangiare, ma uno smangiucchiare. Come l’estremità delle bic o di qualunque biro o matita o pennarello mi passi per le mani. Attaccamento alla fase orale? Può essere. Ma a chi è che non piace succhiare qualcosa. E adesso non iniziamo con le solite visioni sessuali delle cose del mondo. Se non si succhiano peni fino almeno, questo lo voglio pensare pur sapendo non è detto sia vero, fino almeno ai quattordici anni. Ma ricordo bene come certe cose succedevano già quando posavo il culo sulle seggioline di legno, sgangherate e rumorose, delle medie dai salesiani: sessioni erotiche e location da paura come la chiesa e i confessionali, che per quelli che avevano già intrapreso la strada dei piaceri carnali, erano come lo zucchero sul bombolone o il ripieno morbido del duplonocciolatoleggero. Tutto accadeva mentre io m’imbarazzavo ancora per uno sguardo un po’ più lungo del normale o l’odore di un balsamo o una mano sfiorata per sbaglio. Dicevo che non abbiamo alcun approccio all’oralità sessuale fino a una certa età e allora perché non potrebbe essere proprio quell’oralità una derivazione, una conseguenza e non l’origine? Ci succhiamo tutti e ci succhiamo tutto per ricordarci di quei giorni a piedi nudi e costumino mentre corriamo felici e spensierati (questo poi è tutto da vedere) con in mano le monetine lasciate dalla mamma o dai nonni (non i miei) per andare a chiedere e ottenere il nostro ambitissimo ghiacciolo alla menta o il calippo alla cocacola che chimicamente frizza, e nessuno allora si prendeva bene a guardare l’amica succhiarsi con gusto il suo gelato ghiacciato. E i brividi venivano solo per il freddo ai denti e non perché qualcuna improvvisamente decide di azzannare invece che succhiare fino alla fine. Sì, la fase orale poi, in realtà, si ricollega a un’altra roba. Sì, lo so, ma se si parla di oralità solo le neomamme pensano all’allattamento (e gli amanti del genere..), a tutti gli altri vengono in mente i pompini e chi non lo ammette mente, e chi non lo ammette guardandoti dritto negli occhi ha un futuro in politica o in certe chiese bostoniane. Perché poi ci fregano con queste cose di ciò che pensiamo, ma non sappiamo di pensare, l’invenzione maledetta e fraudolenta dell’inconscio. Perché ci spiegano come risolvere problemi che esistono in una dimensione parallela e dicono che una volta fatti i conti con quello che non c’è risolveremo anche i guai con tutto quello che c’è. A me sembra che il mondo sia pieno di psicanalisti, ma la gente non stia poi così meglio.

Allora provo a riformulare la domanda, coi giusti accenti e le corrette pause. E le richiedo com’è che ti dipingi le guance con quel rosso sfumato lì. A questo punto lei alza lo sguardo come a dirmi che cazzo mi stai chiedendo, che neanche so chi sei. Invece non dice niente, lascia cadere un mezzo sorriso, raccoglie le sue cose e se ne va. Ma a me sembrava uno spunto buono. Perché poi le avrei chiesto se magari era perché così nessuno si poteva accorgere quando si emozionava per davvero. E allora forse solo col suo innamorato si sciacquava via tutto prima di fare l’amore. Come una specie di regalo camuffato mentre stava in mezzo a gente che non erano il suo innamorato. Così capivo anche se ce l’aveva o meno un innamorato. E invece niente. Mi sono beccato lo sguardo che si dà i mezzi pazzi e sarà per un altro giorno, un’altra donna. Quella che capirà quello che dico. Perché forse, alla fine, conta capirsi senza traduttore. Ti amo perché quando parliamo non c’è bisogno di spiegarsi tanto. Ti amo perché non devo stare a riformulare le cose che dico in un modo ordinario, ma le capisci così come sono. Ti amo perché capisci quello che dico così com’è. In pratica se capisci anche quando smangiucchio le parole, ti sposerò.

sto arrivando, piccola Jane [balzane derive salingeriane]

Quello che mi piaceva erano i suoi occhi quando rubavano le immagini. Come quando stavamo a guardare il laghetto ghiacciato e ci chiedevamo dei cigni e compagnia bella. Che poi mentre camminavamo nel parco mi bastava guardarla e vedevo ancora il laghetto e poi però, a lato, decisamente a lato, mi pareva di scorgere una sagoma. Sembrava il mio contorno. Sembravo io stretto nel mio cappotto e il cappello rosso da cacciatore che chissà dov’è finito, però ora non mi va di cercarlo, che sono quasi in ritardo, come sempre, come in ogni cosa e non sembra mai il momento più opportuno per ricordare, per ripensare a quei giorni strani, che sembrava che c’ero solo io al centro del mondo. Voglio dire, mi sembrava di non contare una tacca, eppure quella tacca mi sembrava fosse fondamentale per fare girare molte cose, ma forse è solo una cosa che ho pensato per non scomparire, per non fare la fine dei cigni d’inverno o del ghiaccio in primavera.

Odio dovermi vestire come quelli. Quelli sono tutto ciò che mi rende questo mondo difficile da digerire. Non è vero, non digerisco neanche i troppo buoni senza divisa, che sorridono sempre, né i cani che stanno sempre sulle palle, ma quelli che si vestono così sono davvero il peggio. Perché, mi chiedo, hanno avuto bisogno di una divisa, se sono così forti. Perché mettersi un vestito è come indossare una divisa, ecco cos’è. Una maledetta divisa per occasioni mondane in cui sono gradite solo persone con la divisa. A me sembra una debolezza, questo mi sembra. E poi, come si fa a non avere mai delle macchie sulle scarpe. Voglio dire, io non ce la faccio. Io che ho i piedi di una misura spropositata rispetto alla mia altezza, come pretendono che non picchi con le scarpe di tanto in tanto, e mica posso stare lì a controllare che non ci siano macchie o microscopiche righe. Mi pagassero, certo, lo farei, ma non mi pagano. Nessuno li paga eppure loro si sentono felici così. La verità è che gli basta poco. Un vestito e un paio di scarpe, come carta da parati usa e getta, e non ci sono più buchi nelle loro personalità, non ci sono più vuoti nelle loro esistenze. Un vestito gli basta, e prima o poi tanto arriva Natale o il giorno del Ringraziamento. Ora devo stare attento, sono in ritardo e quelli in divisa non guardano mai di buon occhio quelli che arrivano in ritardo, e a me non è che frega come mi guardano, ma alla piccola Jane sì. Questa sera mi metto in divisa solo per lei. Avevo altri progetti. Avevo il mio rito dell’annullamento del sabato. Come segno di ribellione contro quelli che si accendono solo di sabato ed escono e vanno a ballare e a ubriacarsi. Io invece, per oppormi al loro noioso cerimoniale, al sabato mi spengo. Mi chiudo in camera e ascolto musica. Ascolto musica, catalogo musica, passo ore a battere il tempo col piede, a ciondolare la testa, tanto che certe volte mi viene perfino male, alla testa intendo, o al collo, a forza del continuo avanti e indietro, o anche di lato, dipende.

Sto arrivando Jane. Con su uno di quei vestiti che ti fa pensare agli attori delle serie tv che ti piacciono tanto. Sto arrivando Jane. Sto arrivando su di un catamarano bianco che vola. Sto arrivando Jane, travestito da uomo come piaceva a te, che amavi vedermi recitare la parte di quelli normali.

Sto arrivando, piccola Jane.

preferisci sognare d’inverno

La sera prende il sopravvento ed è soltanto questione di luce, perché i quaranta gradi non demordono.
Arrivederci. Arrivederci. A domani. Buona serata.

Trovi eccessivo il numero di gambe che affollano la stazione della metro, quello che era il tuo spazio vitale, d’estate in città, improvvisamente collassa e non ne sarebbe sufficiente il doppio.

Passi mentalmente in rassegna un paio di urgenze lavorative. Gli appuntamenti di domani. Peccato che senza un filo d’aria, la concentrazione non sappia bene dove aggrapparsi per restare in piedi, e cada.

Senti che prima di arrivare a casa ti fregherà tutta quella fragilità che ti tieni dentro con due mani come quando sali sulla valigia per farci stare dentro tutto e non farla esplodere. Ma le braccia non sono più le stesse e la valigia è sempre più piena. E lo vorresti dire a qualcuno “su, aiutami, siediti sopra che io intanto provo a chiudere” o anche “avresti mica spazio per un paio di cose…”. Solo che intorno non c’è nessuno. Nessuno a cui chiedere una cosa del genere.

Sarà che forse c’era traffico su qualche autostrada del destino e chi sarebbe dovuto arrivare ancora non c’è. E quelli che ci sono. Be’, quelli che ci sono non bastano. E gliene hai date di possibilità, ma ogni volta mandano tutto a puttane e allora uno finisce per diffidare. Non impareranno mai e allora vaffanculo. Non puoi continuare a riempire questa cazzo di valigia con la loro roba.

Così ti consegni a due occhi sconosciuti, per una frazione di secondo, tanto per sentire l’effetto che fa. Ed è un bell’effetto, e lo sapevi già, ma non sono ancora loro, così ringrazi, guardi altrove ed è già ora di scendere.

Salire in superficie non ha nulla di prevedibilmente metaforico, a meno che i tre mondi danteschi non vengano disposti al rovescio, se così fosse avresti dovuto cercare una scala mobile che scendesse ancora, e ancora e ancora, e un po’ di refrigerio l’avresti accettato come un piccolo e ragguardevole segno di benedizione.

Fare la spesa.
Ti salverà la corsia dei surgelati.
Poi ti salverà una doccia.
Poi ti salverà la follia che in qualche modo tutto debba per forza andare bene. E se non proprio bene, comunque meglio.

Poi ti addormenterai col sollievo di qualche raro filo d’aria che sfiora la schiena, perché dormi di pancia.

Eviteresti però qualsiasi tipo di sogno.
Non sai bene perché,
ma preferisci sognare d’inverno.

Trascurabile incantesimo metropolitano.

C’era questa presenza che avvertivo soltanto. Una presenza niente male, che per quel che sapevo poteva essere un unicorno con un gonnellone bianco che mi sventolava sotto agli occhi ad ogni frenata del tram.
Avvertivo gli occhi dell’unicorno col gonnellone fissare le stesse parole che stavo leggendo sul libro che tenevo più o meno saldamente tra le mani, cercando con abilità prestidigitatoria di non far scivolare via l’artistico segnalibro, ultimo ricordo di una qualche relazione abbandonata come molte altre a mezza via. Per come la vedo io, la fine di una relazione segna, in qualche crudele modo, l’autenticità di tutti i sentimenti che l’hanno sorretta, se è vero che il novanta per cento delle storie d’amore è destinato a finire perché sostenuto da schemi che hanno nulla a che vedere con la razionalità. Quel dieci per cento che guada l’oceano, be’, ha del miracoloso.

L’unicorno col gonnellone legge con me un paio di pagine. Deve aver trovato qualcosa che le appartiene, nel racconto della frustrazione elegante di una giovane sposa che, in una esatta solitudine, attende un uomo che difficilmente arriverà.

Non mi volto. Siamo in una specie d’incantesimo di cui nessuno dei due è pronto a disfarsi, e così passano un paio di fermate. Tra un capoverso e l’altro bado d’avere ancora il suo sguardo a sfiorarmi e scavallarmi la spalla per nutrirsi di qualche battuta d’inchiostro.

Improvvisamente un suono. La fermata successiva è stata prenotata come tante altre prima di quella, ma di quelle prima non mi ero accorto. Così so che tra pochi metri avremo a che fare con un distacco, con la fine di un incantesimo, il disfacimento di un segreto patto tra sconosciuti.

Si aprono le porte. Il suo sguardo mi urta il collo, per dirigersi verso un’altra direzione. Sento l’unicorno col gonnellone bianco scendere i gradini metallici dei nostri antichi tram. Solo due passi. Allora forse non si tratta di un unicorno. Mi chiedo allora cosa. Forse chi.

Con il libro ancora aperto tra le mani mi volto verso il marciapiede.

Mi dà le spalle. Indossa un lungo vestito bianco. Sguardo a sinistra. Poi mano per raccogliersi i lunghi capelli sulla nuca per farsi prendere il collo da un po’ d’aria gentile, se c’è. Sguardo a destra e poi via. Un piede dopo l’altro nella la direzione opposta del tram, che sferragliando riparte così come si era fermato.

Il segnalibro è ancora al suo posto.
La giovane sposa,
anche.

il colloquio [ monologo di un cuore che ha smarrito un battito ]

Buongiorno.. cioè buonasera.
uno non sa mai che dire quando si trova tra le quattro e le cinque
quando comincia la sera? c’entra il sole? d’inverno quindi il buonasera comincia prima
mentre d’estate è buongiorno fino alle otto inoltrate, non lo so, ma non siamo qui per questo..
giusto, non siamo qui per questo

vede, come forse avrà letto sul mio curriculum vitae…
sì, certo, sono io quello della foto.
no, non è proprio dell’altro ieri.
sì che lo aggiorno. l’ho sempre aggiornato. infatti come vede…
no be’, come foto ho lasciato quella dei vent’anni.
non mi somiglia più molto.. dice?
d’altra parte neppure io mi assomiglio più molto, mi sembra corretto mostrare a chi potrebbe eventualmente assumermi, anche come sono stato, com’ero. sapere come le persone cambiano nel tempo, nessuno ci pensa, ma è importante. si capisce lo stile di vita, le aspirazioni che lo hanno guidato.. no, non devo insegnarle io il lavoro.. sì, certo. d’accordo. dicevamo..

sì c’è stata. un pausa importante tra l’ultimo esame e la laurea triennale..
no, certo, ho sempre avuto medie decisamente alte..
perché una pausa di più di un anno?
guardi, solitamente liquido la faccenda divagando, parlando dell’importanza dell’incertezza e la difficoltà delle scelte.. ma a lei voglio dire la verità
è che mi prese una specie di collasso

sì, quelle robe che è come se non ti battesse più .. robe non è il termine più adatto lo so
insomma, svenni. mi ricoverarono e mi trovarono come una sindrome…
no, nulla di grave. certo, allora dormivo poco, fumavo, anche qualche cannetta.. ma no, mai visto un pusher, non so neppure come siano fatti.. voglio dire, sono come noi? ci assomigliano.. ? non lo so.
mi ricoverarono per una decina di giorni. che poi come ho detto non è che mi si era proprio fermato il cuore, ma l’impressione era quella. una specie di battito in meno.. sì, ecco, il cuore saltò un battito
e ora la prego, non faccia come tutti.. e mi ponga la domanda più appropriata..
nessuno me lo chiede mai..

se potrebbe accadermi ancora? non era questa la domanda che avrei voluto, ma capisco possa essere per lei un’informazione necessaria.. doveste assumermi, sapere almeno quanto elevata sia la probabilità che muoia da una momento all’altro.. mi pare una curiosità legittima
la risposta è .. sì
ma le probabilità sono minime e comunque non ne morirei
su, ora però, ora me la faccia l’altra domanda, quella che si smette di fare a una certa età, ma è la più importante di tutte…
lei ha figli? ecco, che cos’è che le chiede suo … ah non parla ancora?
va bene, ma tra un po’ parlerà.. e lei sa già che dovrà risponde ad un numero imprecisato di ..
esatto…..di perché!!
“perché?” è la domanda giusta.
e la risposta è: perché quel battito era preso da tutt’altro per ricordarsi che il suo unico scopo sarebbe dovuto essere permettermi di vivere… perché non c’era posto per altri pensieri, neppure per quelli inconsci, solo connessioni nervose interrotte e arrivederci..
è successo quando le sue labbra si trovarono adese alle mie, due superfici pulite perfettamente, come si raccomandano i produttori di colla a presa rapida…che lei converrà con me, non lo facciamo mai, non accade mai.. lei si è mai messo a scartavetrare le superfici per farle incollare meglio.. no! io mai. nessuno mai lo fa. noi eravamo invece superfici perfette adese in modo naturale, senza residui, come nati così… in piedi su di un marciapiede, davanti ad un negozio di maschere da carnevale, sotto un cielo cremisi e intorno a noi le case erano crollate, la gente scomparsa e solo orizzonti lontanissimi…un paesaggio simile a quello di ken shiro o di mad max.. non so se ha presente.. dopo l’ennesimo conflitto atomico, il mondo raso al suolo… lei non guardava i cartoni.. ad ogni modo, provavo quella sensazione di onnipotenza che uno crede che solo un dio.. e in fondo mi stava succedendo un po’ come con la torre di babele.. e mi sono sentito proprio come dio e quello non ha aspettato un secondo di più.. zang, una saetta dritta al cuore e zitti tutti. nessuna possibilità di replica. lui fa sempre così. non si discute con lui. con lui non si ragiona. e io ho sempre diffidato di gente così ed è per questo che da un po’ di tempo diffido di dio. diffido di quel suo modo cialtrone di esistere e non esistere. della sufficienza con cui ci guarda e non ci guarda. del modo in cui prima ti fa credere di essere terribile, temibile, una furia se lo si contraddice se non si rispettano le alleanze i patti e poi, qualche secolo dopo, eccolo a cena con noi neanche fosse il vecchio zio che arriva dal veneto. come posso fidarmi di uno così. uno che lancia un gesù per farlo crocifiggere e ne lancia uno in centinaia di migliaia di anni e si pretende ch’io creda ai libri scritti da gente che fino a poco prima credeva in creature mitologiche e dei antropomorfi. voglio dire, sei dio, datti un po’ da fare. almeno un gesù ogni cento, duecento anni e magari non farli finire tutti a male. non faccia il fagnano dio, su, insomma.

da come mi sta guardando devo dedurre che lei invece vi ripone una cieca fiducia in questo grande visir dell’aldilà. Sa qual è il fatto? è che io della gente mi fido, possono pensare come me ed io come loro, e in ogni caso posso comprenderli ed eventualmente scegliere di non fidarmi, ma perché li capisco. Li vedo, li analizzo, ce li ho davanti agli occhi e loro giocano la loro parte davanti a me e insieme a me, stesso ufficio, stessa strada, stesso mondo… stesso palcoscenico. Dio no. Se anche fosse tutte le cose buone che molti dicono di lui, io non saprò mai, ma nemmeno mi ci avvicinerò o ne avrò un intuizione, com’egli arrivi a certe conclusioni, cosa potrebbe pensare, come reagirebbe se… e mi chiedo quale logica sia affrontabile se posta comunque in termini di eternità… E’ per questo che le dico che io di dio non mi fido. Perché se ti si ferma il cuore nel momento più intenso e sognato della tua vita, allora se esiste, se esiste c’è di mezzo lui. e se invece non ci fosse di mezzo lui, allora sarà insignificante che ci sia o non ci sia. Se al mio presunto libero arbitrio corrisponde il suo arbitrio libero e onnipotente, allora tanto vale. Una mano in cui il croupier può decidere a suo piacimento di intervenire facendo le veci del caso, è una mano truccata. Questa vita è truccata…un vita truccata che nessuno ha il potere di mandare a monte. Nessuno li ha capiti, ma i babilonesi ci hanno provato ad avvicinarsi, per sentire meglio, per capire… e lei sa bene la fine che hanno fatto… forse sono andato un po’ oltre.. è che ultimamente, ho molto tempo per pensare, sa…..

tornando a noi… sapevo che a lei avrei voluto raccontare la vicenda così com’è andata, ecco perché ho portato con me i referti medici con i periodi di ricovero e ..li vuole leggere? davvero? glieli tiro fuori subito… tenga. sì, ci sono anche i controlli successivi per confermare che … No, non ho mai detto di avere avuto problemi di cuore. Era come se.. Certo, fu una situazione catalogabile sotto l’insieme delle sindromi da panico.. perché dunque un anno e mezzo di nulla per un po’ di panico? A be’, no.. certo non per quell’accidente.

vedo che ci ha preso gusto coi perché..

be’, non c’entrava lo stato di salute e neppure il panico..
caddi però in profonda depressione.. che poi mi hanno detto che il panico è tipico nelle persone depresse, per cui può essere che già lo fossi prima di quell’episodio.. sì, depresso…

perché?

perché pochi giorni dopo che mi dimisero lei mi venne a trovare
e io ero felice tanto che temetti un altro black out e, sinceramente, credo sarebbe stato molto meglio che ascoltare quello che poi mi disse..

è sicuro che lo vuole sapere? no, perché mi pare che siamo usciti un po’ dal seminato..
no, certo che no, non lo metto il naso nel suo lavoro, però…

allora.. vediamo .. fu perché mi accarezzò i capelli, e non l’aveva ancora mai fatto.. poi mi strinse una mano e mentre io mi aspettavo riprendesse dal punto in cui ci eravamo fermati.. voglio dire con il cielo cremisi e le labbra adese, ecco be’.. lei mi scagliò contro parole come fossero cazzotti… e andarono tutti a segno, perché mai avrei pensato di dovermi difendere da lei..

lei mi disse.. me lo ricordo.. parola per parola “simone, ho 24 anni, questa è l’età in cui si vive più intensamente.. è vero, no?” sì.. “e io sinceramente vorrei godermela fino in fondo, è un mio diritto, no?.. “ be’, sì, mi sembra giusto, “bene, non lo potrei fare stando con te”… “sei fragile. emotivamente instabile. a me serve un uomo…” . Discorso chiuso. E mi aveva fregato. Faceva sempre così quando voleva convincerti coi suoi ragionamenti, ad ogni passaggio ti chiedeva sempre “è vero, no?” “ho, ragione, no?” “è un mio diritto, no?”..così quando arrivava alla conclusione non è che potevi più di tanto opporti.. se le premesse sono tutte vere, le conseguenze lo dovranno essere a loro volta e lei questo lo sapeva bene. No, non sto piangendo. No, davvero se lo tenga per lei quel fazzoletto. Davvero è solo un po’ di allergia. Sono allergico a certi ricordi, tutto qui. Non è un’allergia scientificamente dimostrabile, ma sono sicuro che tutti, almeno un po’, ne soffriamo o ne abbiamo sofferto.

sì esatto, ha letto bene. ho effettivamente quello che molti direbbero, un ottimo impiego.
sì, sono direttore creativo della “suppellettili e ciapa puer communication” sì, ho scritto anche quel libro.. “e se le puntine da disegno avessero un’anima?”.. grazie sì..

..vuole sapere perché dunque ho fatto domanda per questo colloquio
data tutta la mia esperienza e i miei attuali guadagni sarebbe un passo indietro..

sì è vero…
ma c’era una cosa che dovevo assolutamente ancora fare..
ed era questo colloquio

sono qui per una ragione. per vedere me.
perché lei non lo sa, ma glielo dico ora: lei è me.
lei è quello che io non ho voluto essere
e in certi momenti della vita, capita che ci si chieda a che punto abbiamo sbagliato e se davvero abbiamo sbagliato qualcosa o se semplicemente doveva andare così.
si è trattato di scegliere e tu sei andato, con probabilmente grande serenità, in modo del tutto naturale, proprio nella direzione che io non mi sono mai sentito di prendere.

e poi c’è la tendenza a liquidare le decisioni non prese ad una relativa piccola età con la scusa “non sono pronto…sono immaturo…” sono tutte cazzate. semplicemente non ci andava. e non c’è altro d’aggiungere. io ho sempre avuto questo difetto: parlo troppo. è evidente. sì, lo è. esterno così tanti pensieri che mi viene a volte da pensare che non possano essere tutti veri o tutti ragionati, ma non riesco a trattenerli. come se fosse più forte la necessità di lasciare qualcosa di mio, una cosa qualunque, ma che suoni bene, che per qualcuno possa voler dire qualcosa.

non ha capito ancora…
allora mi dica un po’ direttore, come sta Esmeralda?
la chiamano ancora così?
e balla….? probabilmente ora insegnerà.. o sarà direttrice di qualche scuola.. o curerà le coreografie per qualche importante balletto.. me la sono sempre immaginata così…

perché piange?

sì, lo so.
sono stato un po’ crudele.
ma un piccolo dolore dovevo darglielo.
e si fidi, non è nulla, nulla rispetto a quello che provai io e che ho provato quando ho letto la notizia pochi mesi fa.

si ricorda di quel bacio che mi troncò..? quello di cui le parlavo poco fa…
erano di Serena quelle labbra.
e quelle labbra ritornarono.. e non sa quante altre volte si incollarono alle mie e non solo alle labbra…

sì, certo, la smetto. sa dev’essere il classico cinismo di quando si è stanchi dopo una lunga giornata di lavoro. ad ogni modo… finì ancora una volta e poi incontrò lei. l’altro me. quando v’incontraste aveva appena perso un figlio, lo sapeva questo? ah no..? immaginavo che non l’avrebbe raccontato. e sa perché? non per vergogna personale, ma perché mi amava così tanto che non avrebbe mai voluto far sapere che io non ero stato all’altezza di una scelta che avrebbe dovuto essere così naturale…perfetta. ah.. l’amore. in che altro modo potremmo giustificare tutte la sofferenza che comporta stare affianco ad una persona per così tanto tempo e con così tanta forza. solo con l’amore.

arrivederci. la ringrazio per tutto questo tempo. spero che almeno, in qualche modo, non sia stato inutile. anche solo per aiutarla a chiarire alcune zone d’ombra, le stesse che mi stavano uccidendo prima di venire qua e capire una volta per tutte che io non sarei mai potuto essere qualcun altro, e mai sarei potuto essere come lei. E perciò non sarebbe mai potuta andare a finire diversamente.
e la sa una cosa? mentre mi crogiolavo e morivo con i miei dubbi, ho capito che se c’è una cosa che proprio non sopporto è che qualcuno o qualcosa decida per me come io debba morire.

non si preoccupi. stia pure lì. lei è sicuramente maturo abbastanza per comprendere tutto questo.
esco da me.
Addio.

disintegram

È che non lo puoi sapere. Nessuno lo può sapere. Non credo esistano neppure servizi a pagamento o applicazioni che te lo possano spiegare. Se hai avuto ragione o se no. Se hai fatto bene o invece no. Se l’aria da donna triste che trucchi via tutte le mattine te la sia meritata o se non sia altro che l’accanimento di un dio invidioso, iroso, corroso e corrotto.

Hai accettato la lontananza. Hai assaggiato accondiscendenza. Hai deglutito solitudini chiusa sola nella quasi-stanza di una per niente-casa. Ti sei trafitta con l’orgoglio fino a farti sanguinare i sogni. E ora che sono pallidi e tremano, non sai più che fartene.

Perché ti hanno mandata via, alla fine possono dire quello che vogliono, ma la verità è che ti hanno spedita via. Ti hanno detto mille volte che qui non c’era molto posto. Che qui pagavano poco. Che qui ti avrebbero tenuto per un po’. Che se avevi progetti con quel tipo che suonava da dio, che ballava da dio, che stava in silenzio da dio, biondo, col capello nero come l’inchiostro e quel modo di stringerti che quando lo vedevi in fondo alla via già te lo immaginavi, se avevi progetti di qualsiasi genere perché uno mica si deve sposare e fare figli per forza, be’, te li potevi scordare. E una foglia, in salute quanto vuoi, incassa un colpo di vento di qua, uno di là e poi arriva la folata definitiva che la porta via. Non c’è destino alternativo per questo.

Poi ti ho vista su quel tram che ti riportava a casa, con qualche documento nuovo tra i guanti, con la faccia di chi sta per lanciarsi nel vuoto da un’altezza così grande che in fondo, come fai a dire che a un certo punto non ci siano già pronte per te un paio di ali. Come fai a dirlo. E allora ti sforzi di sognare ancora un po’ e lo fai bene. Sali su quell’aereo con quelle pesanti ali di metallo e ripensi alle ali che a un certo punto troverai anche tu.

E come si chiede al tassista di portarti da qualche parte. Come si chiede qualcosa da mangiare. Come si chiede a un uomo di farti ballare, ma che la forza per l’amore ancora non c’è. Ma tu sei in gamba. Sei un animale di quelli che si adattano in fretta. Che imparano in fretta. Tu sai come sopravvivere, e poi ci sono sempre quelle ali da qualche parte. Non le vedi ma lo sai che manca poco. Manca poco. Poco.

E sono passati così un paio d’anni.

E da qui nessuno ti manda via. Non sono come a casa tua. Che diciamocelo, non ti volevano proprio tra le palle. E poi ti prende anche qualche dubbio. Tutti quei tuoi amici che non senti più. Quelli che ti mettevano un braccio intorno alle spalle e insieme all’odore di tabacco ti raccontavano di come quella doveva essere la tua strada, il tuo inizio, la tua vera partenza. “Vai, via. Vai via, non ti vogliamo più vedere” e sorridevano. E sembrava che tutto il coraggio che non avevano avuto loro, lo dovevi avere tu. Tutto assieme in una volta sola. Tutto il loro coraggio. Ma ti viene il dubbio, e se anche loro non ti volevano tra le palle. Loro come quel tipo su cui avevi fatto dei progetti. E che fine avevano fatto i tuoi progetti. Che fine.

E poi scrivi a tua madre e va tutto bene.
Perché non va male. Puoi comprarti un sacco di scarpe. Vai agli aperitivi coi colleghi.
Vai alle serate di musica elettronica e ai concerti dei Sigur Ròs. Non puoi proprio dire che vada male.

Ma di quelle ali che aspettavi non c’è traccia.
Ti senti in viaggio, come se non fossi mai atterrata.
E parli come loro, ma non vi capite mai davvero.
Poi a volte ti illudi che non sia così e con qualcuno ti metti a ballare. Ma poi smetti, che i passi sono quelli giusti, ma lui non li ha capiti. Non li hai mai capiti. E tu hai bisogno che la gente capisca.
Però forse stai drammatizzando. Forse sono solo momenti che capitano. Succede quando hai del tempo per pensare, per pensare ad alternative migliori e sono cose che non si dovrebbero mai fare.

Allora smetti di scrivere.
Posi il foglio di carta insieme ad altri fogli di carta, in un cassetto pieno di fogli di carta.
Sfiori il cellulare. Dài un occhiata alle spudorate felicità altrui.
Sfogli e clicchi fino ad arrivare a qualche ricordo che era anche tuo.
E prendi sonno, prima che l’idea di altre vite migliori si corichi di nuovo lì accanto come un’amante fascinoso, gelido e col cuore grande 4 megapixel.

[17 – 01 – 2014]