L’alta fedeltà di Bart sull’oceano ( Splendidi e poetici, struggenti trentenni )

santamaradon34a

 

 

 

 

 

 

Se penso ai film, ricordo benissimo di uno che non sapeva scendere dalle navi, e sulle navi si innamorava di una che era la donna della sua vita, ma di quel genere di donne che arrivano una volta, se arrivano, e non sempre sono facili come boccate d’aria dopo un temporale in Aprile, neanche come una spolverata di cacao sulla schiuma del cappuccino o la ciocca di capelli infilata dietro l’orecchio mentre la ragazza con le efelidi e gli occhi blu sorride, alticcia, fumata e felice, all’uomo sbagliato nel mezzo di una sera di luglio agli Imbarchini e nove mesi dopo celebrerà il suo Natale. Così lui che non scende mai da quel cazzo di oceano le dedica le sue playlist, che quando avevano girato il film si chiamavano compilation, anche se stavano già morendo sbranate dal digitale e forse era proprio il terrore del digitale che le rendeva così importanti, perché è quando resistiamo o lasciamo andare che il gesto si fa poetico all’infinito, ed è uno strazio splendido che i trentenni a volte non riescano a uscire da questa idea di poesia, o dalla poesie in generale, mentre i compagni o le compagne li guardano mentre fingono di divincolarsi dalla trame che il mondo ha scritto per loro, ma di cui loro non vogliono sapere e svicolano e resistono e mollano, e resistono e mollano, e se non si hanno implicazioni forti nelle loro storie, se non dipendiamo da loro in alcun modo o viceversa, bisogna ammettere che sono uno spettacolo come pochi altri, questo bisogna ammetterlo. Così nella sala macchine ecco il nostro trentenne a lanciare palline contro il muro insieme al suo amico poetico come lui, ma che non finge di volersene andare via da quella pallina, da quel muro da quella sala macchine, in barba alle lauree, alle promesse, al tempo, alla faccia che cambia i connotati, e alle ex che ti guardano pietose e tu lo stesso perché sono ingrassate e hanno ottenuto tutto quello volevano e nulla di quello che volevano lo volevi tu. E quasi sorridi mentre il cielo su Torino cammina al tuo fianco, alzi il bavero del giubbotto e col gesto più dignitoso di cui sei capace strizzi gli occhi, corrughi la fronte e ti accendi quella sigaretta, che sarà forse l’ultima, perché la poesia dell’incertezza per te è irrinunciabile e per questo hai sempre amato il pallone e quelle sue traiettorie che per farle perfette ci vuole costanza, ma sono lontane dall’essere scienza, come l’amore per sempre, che quella notte ti han pinzato con una puttana, ma non sanno che tu l’amore eri andato a cercarlo proprio là, che fare figli e starne senza è proprio un’ipocrisia che non ti va.

 

[ soundtrack: “Non torneranno più” – Negrita || https://goo.gl/SqePmQ ]

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Necessarie riletture di un bacio.

La testa era reclinata verso sinistra.
No.
La testa era reclinata verso destra.
No.
Ci siamo baciati dritto per dritto.
Non…
Non ci siamo baciati dritto per dritto.
Non ricordo come non ci siamo baciati, ma dio se lo ricordo bene quel momento. Da annotare che non è che siano stati molti i baci approcciati e schivati. Ne ricordo altri due. Il primo, che ancora non ero maggiorenne e lei bellissimi capelli mogano, labbra carnose e occhi scuri, un paio di anni in meno, sorella di amici che il momento più bello dell’estate era organizzare con loro la sbronza colossale di ferragosto a casa mia in montagna e ritrovarmela lì, addormentata da qualche parte, guardarla e immaginare, dio che bello sentirti cantare la mattina mentre bevo il caffè, ci inzuppo i Pan di Stelle e mi asciugo le lacrime di felicità che comunque sarei un uomo tutto d’un pezzo – lei sì che aveva una voce splendida; ecco, lei mi schivò perché non le ero mai piaciuto, troppo insicuro e troppo poco coglione, tanto che mi preferì un sicuro coglione coi boccoli biondi e la bocca da papero. L’altra invece schivò il bacio, che due metri più in là e trenta secondi prima avevo invece rifilato alla sua amica e le pareva brutto, e ripensandoci aveva anche ragione.

Non ci siamo baciati con la testa reclinata a sinistra, io, dritta, immobile, con occhi spalancati e sopracciglio sorpreso, lei. Non ci siamo baciati eppure quello, dopo la frustrazione della sconfitta, l’umiliazione del perdente, la rabbia del raggirato, è stato uno dei momenti che mi avrebbe regalato più soddisfazione, ripensandoci. Più di molti baci invece atterrati bene. Viene da pensare che i baci atterrati siano stati tremendi, ma non è così.

Non so spiegare bene perché, è vero che avevo osato, che ero stato placcato quattro centimetri prima della meta, tipo che potevo sentirle l’aria uscire dalle narici, e se le avessimo allargate contemporaneamente, le narici, forse ce le saremmo toccate, però alla fine era comunque una roba non andata a buon fine, il celebre rifiuto di una donna, che voglio dire, insomma, c’è gente che ammazza per una roba del genere.

Non sono il tipo da ammazzare per cazzate sentimentali, e forse questo non ha sempre giocato a mio favore. Però dopo un bacio schivato, uno di quei baci a cui avevi dato un peso eccessivo, tanto che mentre lo mettevi in scena, forse, lo avevi anche scritto in fronte una cosa tipo “baciami o evitami, non importa, ma questo gesto lo stavo tenendo in canna da troppo e mi stava uccidendo, e i gesti trattenuti troppo a lungo uccidono”, bene, dopo un bacio schivato del genere alla fine uno si sente davvero sollevato, insomma, quella missione organizzata da tempo nei minimi dettagli si è trasformata in una incursione lampo, ma non importa, va bene così. Bravi tutti, ci vediamo domani per il debiref. Ah, l’importanza di un gesto oltre alla sua efficacia è una di quelle cose che ogni buon perdente con stile dovrebbe annotarsi e imparare a godersi.

Questa apparente gioia per la sconfitta non l’avevo mai vissuta e credo valga solo per quelle robe intangibili su cui è facile ricamare sopra senza che nessuno abbia prove schiaccianti per smentirti.

L’ultima parola la lascio però alla mia coscienza più profonda, che credo in proposito abbia qualcosa da dire: “cazzate, questa è solo una tua smielata rielaborazione che ti permette di digerire uno dei momenti più amari, distruttivi e fallimentari della tua esistenza. E tu non saresti un coglione? Ma da quando? Coglione. Coglione. Coglione.”

Dice così, ma non lo pensa davvero. La mia coscienza profonda è decisamente impulsiva.

[ canzone consigliata | Bon Iver “I can’t make you love me” ]

Improbabili voci sotto il cielo di Berlino

Lo zucchero delle bustine non si salva. Sia che si dissolva nel caffè, sia che se ne avanzi.

C’è chi giura di averlo sentito gridare. Di averli sentiti gridare, tutti i granelli, ma indistinguibili, in un unico suono appena percepibile eppure lancinante. Quella mattina li ho sentiti distintamente. Così come anche le imprecazioni del cucchiaino “guarda che puoi girarmi senza per forza schiantarmi la testa contro la ceramica tutte le volte”. E la tazzina “possibile non riescano mai a evitare che una goccia bollente mi ustioni la schiena”, “tu te la cavi con una goccia che scivola, io resto con quella goccia sparsa addosso fino a che finiscono di bere, mi fanno sentire così sporco” interviene il piattino, aggiungendo risentito “poi ci sono quelli che bevono a sorsetti e allora mi tocca sopportare il tuo peso sulla pancia una mezza dozzina di volte, quando va bene”.

Quella mattina sentivo ogni cosa. Come se tutto avesse aspettato quel preciso momento per dare segni della propria esistenza o come se io avessi aspettato quei precisi momenti per mettermi davvero in ascolto. Come un uomo stanco, davanti a una scelta difficile, che ascolta chiunque fino a che qualcuno gli consiglia esattamente il consiglio che voleva sentirsi dare. Io sono finito ad ascoltare le cose, tanto per avere più pareri.

C’era poi la macchina del caffè, rassegnata all’uso nefasto che ne facevano, “maledetti crucchi! maledetti!” e il vapore per schiumare il latte “pensa che saremmo potuti finire in Francia”, “hai ragione, in fondo le probabilità di arrivare in Italia sono così esigue ch’è meglio accontentarsi e godersela”.

Poi la ragazza dietro il bancone dice qualcosa. Sorrido e rispondo qualcosa anch’io, ma se avessimo soltanto sorriso sarebbe stato più che sufficiente e persino più significativo. Pago e me ne vado, ma sento ancora lo spremiagrumi elettrico dire qualcosa sulla cattiva qualità delle arance congelate che arrivano dalla Spagna, ma mi hanno annoiato tutti i loro discorsi da bar, ed esco.

Per il marciapiede è un frastuono a tratti snervante. Milioni di sassolini di ghiaia minuscola che non la smettono di dire la loro su qualunque argomento. La pioggia del giorno prima, il ghiaccio che non c’è e li fa sentire inutili, il modo di strascicare i piedi di certe persone, i tacchi a spillo, il massaggio gradevole di certe ruote sgonfie di bicicletta e quello sgradevole delle ruote dure dei trolley. Nessuno però ha una mezza parola per me. Credevo che a un certo livello funzionasse come una specie di telepatia, che io ho delle domande ricorrenti e loro rispondono, e invece niente. Allora arrivo alla stazione, mi accendo una sigaretta e fisso i binari. Questi in un primo momento sembrano silenziosi. Poi dal nulla ecco levarsi un sonoro “si può sapere che cazzo ti guardi?”. Me l’aspettavo che i binari fossero belli tosti, ma non immaginavo così scontrosi. Gli dico “no, niente, è che non so bene cosa fare”, “e pensi che fissarci serva a qualcosa”, “no, ma magari voi che fate andare tutti i treni a destinazione, sapete quale consiglio darmi”, “tu sei un treno?”, “no, non sono un treno”, “e allora cosa pretendi ti diciamo?”, “non lo so, ma facciamo finta che io sia un treno. Se dovessi scegliere tra il partire e il restare, tu cosa mi consiglieresti?”, “se fossi un treno non avresti scelta, e ti diremmo di partire, a meno che tu non soffra di un qualche guasto o sia troppo vecchio e poco sicuro per muoverti ancora”, “non sono guasto, né così vecchio”, “resta il fatto che non sei neanche un treno”, “così pare”. “Grazie lo stesso, sta arrivando il mio, devo andare”, “grazie a te, che ci hai distratto per un po’ dai pensieri monotoni di quelle pesanti ferraglie arrugginite, ma la prossima volta evita di fissarci così, che un po’ ci scoccia”, “la prossima volta saluterò senza fissarvi, promesso”.

“Te l’avevo detto che aprivano prima me”, “hai vinto un’altra volta, con te non gioco più”, “sai bene di non avere molte alternative”, “sì, e se non me lo ricordassi tutte le volte, sarei meno depressa”, se la chiacchieravano le porte della carrozza, però con quel tono lento e pacato, tipico delle gag che sono andate avanti più tempo del previsto e si ripetono all’infinito, giusto perché ci si è abituati a dire quelle stesse cose e si è troppo esausti per anche solo un minima variazione sul tema.

Non mi siedo, che se c’è una cosa che mi scazza più dello stare in piedi, è dovermi alzare per una vecchietta che mi si piazza davanti, fingendo che sia per caso, ma sapendo benissimo che alla fine mi sentirò costretto a cederle il posto.

Ho imparato dalla precedente leggerezza e senza esitare saluto subito il vetro di fronte a me, mentre fuori, Berlino, inizia a correre veloce nella direzione opposta alla mia. “Possibile che tu mi veda?”, “trovo che la cosa più curiosa sia che io ti senta”, “sì, effettivamente hai ragione, ma non credere, che anche quelli che mi vedono sono molto pochi”, “avete la sfiga di essere trasparenti, ma è anche il vostro punto forte”, “sì, ma alla lunga è snervante, vedere nei vostri occhi tutte le emozioni del mondo e manco una che sia per noi”, “sì, credo di riuscire a capire…”. Gli racconto un po’ la situazione. Che non so stare fermo. Che arrivo in un posto e poco dopo mi prende la smania di ripartire. Gli dico di Penelope, che le voglio bene, e poi è innegabilmente bella, più che bella, certi dicono sia persino figa e insieme nelle fotografie siamo una coppia da centinaia di approvazioni su Instagram, eppure non è che mi sia fatto troppi scrupoli, perché quando si tratta di partire io devo partire e non si discute, non glielo permetto, come fosse una cosa tanto naturale e ovvia da non poter essere che accettata, possibilmente con entusiasmo.

“Sai tu”, “tutto qui? milioni di sguardi ti hanno attraversato, infiniti stati d’animo, eruzioni emotive e passeggere sensazioni e tutto quello che mi sai dire è – sai tu ?”, “hai l’aria di chi sa già cosa fare, e non sono in vena di sprecare parole, anche perché non sono neanche abituato a parlare così tanto”, “non pensare a quello che so o che non so, dimmi che cos’hai visto durante tutti i chilometri che hai viaggiato e che silenziosamente hai fissato e ascoltato i viaggiatori che ti vedevano senza quasi mai guardarti”, “allora ascolta, non so se è quello che vuoi sentirti dire, ma posso dirti che chi non parte può anche passare anni o perfino una vita intera a rimpiangerlo, a pensare come sarebbe andata se, e io ne ho visti e ne vedo, stessa carrozza, stesso sedile, stessi occhi malinconici e impermeabili, mentre chi decide di andare via può stramazzare per qualche ora, qualche giorno, poi si riprende e si scopre felice, in barba a fidanzati, amici o parenti. E non è cattiveria, sono solo modi di stare al mondo. Ognuno ha il suo. Possono essere più o meno dolorosi, ma vanno rispettati e chi ti ama può darsi anche non capisca mai, ma avrebbe certo capito tutto il male che ti avrebbe fatto trattenendoti”.

“Grazie vetro”, “grazie a te per avermi guardato e parlato”.

Premo rapido il bottone della porta che perdeva sempre e la sento esultare quasi fino alle lacrime per essersi aperta prima dell’altra. E poi anche imprecazioni e insulti di varia natura, ma chissà quanta rabbia covava dentro, poverina, c’è da capirla.

Davanti a me di dispiega la Friedrichstrasse, la strada seziona tutta Berlino da Nord a Sud.
Davanti a me la libertà di poter scegliere, e un residuo di forza e incoscienza per poterlo ancora fare.
Davanti a me… la pioggia. Ma dio. Sicuro che se avessi parlato con l’ombrella mi avrebbe avvertito. Quelli lo sentono nell’aria, lo capiscono quando tu le nuvole ancora neanche le vedi. Non come noi che dobbiamo sempre finirci dentro alle cose per poterle capire, e spesso manco basta.

le tue guance rosse mi ricordano com’era bello succhiare i ghiaccioli senza pensare ai pompini.

Così le chiedo com’è che si dipinge le guance.
Non risponde e guarda bene bene in un punto dove io non riconosco grandi attrattive per le retine. Non mi resta che ripetere, scandendo meglio le parole che capita che a volte me le mangi. Che non è proprio un mangiare, ma uno smangiucchiare. Come l’estremità delle bic o di qualunque biro o matita o pennarello mi passi per le mani. Attaccamento alla fase orale? Può essere. Ma a chi è che non piace succhiare qualcosa. E adesso non iniziamo con le solite visioni sessuali delle cose del mondo. Se non si succhiano peni fino almeno, questo lo voglio pensare pur sapendo non è detto sia vero, fino almeno ai quattordici anni. Ma ricordo bene come certe cose succedevano già quando posavo il culo sulle seggioline di legno, sgangherate e rumorose, delle medie dai salesiani: sessioni erotiche e location da paura come la chiesa e i confessionali, che per quelli che avevano già intrapreso la strada dei piaceri carnali, erano come lo zucchero sul bombolone o il ripieno morbido del duplonocciolatoleggero. Tutto accadeva mentre io m’imbarazzavo ancora per uno sguardo un po’ più lungo del normale o l’odore di un balsamo o una mano sfiorata per sbaglio. Dicevo che non abbiamo alcun approccio all’oralità sessuale fino a una certa età e allora perché non potrebbe essere proprio quell’oralità una derivazione, una conseguenza e non l’origine? Ci succhiamo tutti e ci succhiamo tutto per ricordarci di quei giorni a piedi nudi e costumino mentre corriamo felici e spensierati (questo poi è tutto da vedere) con in mano le monetine lasciate dalla mamma o dai nonni (non i miei) per andare a chiedere e ottenere il nostro ambitissimo ghiacciolo alla menta o il calippo alla cocacola che chimicamente frizza, e nessuno allora si prendeva bene a guardare l’amica succhiarsi con gusto il suo gelato ghiacciato. E i brividi venivano solo per il freddo ai denti e non perché qualcuna improvvisamente decide di azzannare invece che succhiare fino alla fine. Sì, la fase orale poi, in realtà, si ricollega a un’altra roba. Sì, lo so, ma se si parla di oralità solo le neomamme pensano all’allattamento (e gli amanti del genere..), a tutti gli altri vengono in mente i pompini e chi non lo ammette mente, e chi non lo ammette guardandoti dritto negli occhi ha un futuro in politica o in certe chiese bostoniane. Perché poi ci fregano con queste cose di ciò che pensiamo, ma non sappiamo di pensare, l’invenzione maledetta e fraudolenta dell’inconscio. Perché ci spiegano come risolvere problemi che esistono in una dimensione parallela e dicono che una volta fatti i conti con quello che non c’è risolveremo anche i guai con tutto quello che c’è. A me sembra che il mondo sia pieno di psicanalisti, ma la gente non stia poi così meglio.

Allora provo a riformulare la domanda, coi giusti accenti e le corrette pause. E le richiedo com’è che ti dipingi le guance con quel rosso sfumato lì. A questo punto lei alza lo sguardo come a dirmi che cazzo mi stai chiedendo, che neanche so chi sei. Invece non dice niente, lascia cadere un mezzo sorriso, raccoglie le sue cose e se ne va. Ma a me sembrava uno spunto buono. Perché poi le avrei chiesto se magari era perché così nessuno si poteva accorgere quando si emozionava per davvero. E allora forse solo col suo innamorato si sciacquava via tutto prima di fare l’amore. Come una specie di regalo camuffato mentre stava in mezzo a gente che non erano il suo innamorato. Così capivo anche se ce l’aveva o meno un innamorato. E invece niente. Mi sono beccato lo sguardo che si dà i mezzi pazzi e sarà per un altro giorno, un’altra donna. Quella che capirà quello che dico. Perché forse, alla fine, conta capirsi senza traduttore. Ti amo perché quando parliamo non c’è bisogno di spiegarsi tanto. Ti amo perché non devo stare a riformulare le cose che dico in un modo ordinario, ma le capisci così come sono. Ti amo perché capisci quello che dico così com’è. In pratica se capisci anche quando smangiucchio le parole, ti sposerò.

sto arrivando, piccola Jane [balzane derive salingeriane]

Quello che mi piaceva erano i suoi occhi quando rubavano le immagini. Come quando stavamo a guardare il laghetto ghiacciato e ci chiedevamo dei cigni e compagnia bella. Che poi mentre camminavamo nel parco mi bastava guardarla e vedevo ancora il laghetto e poi però, a lato, decisamente a lato, mi pareva di scorgere una sagoma. Sembrava il mio contorno. Sembravo io stretto nel mio cappotto e il cappello rosso da cacciatore che chissà dov’è finito, però ora non mi va di cercarlo, che sono quasi in ritardo, come sempre, come in ogni cosa e non sembra mai il momento più opportuno per ricordare, per ripensare a quei giorni strani, che sembrava che c’ero solo io al centro del mondo. Voglio dire, mi sembrava di non contare una tacca, eppure quella tacca mi sembrava fosse fondamentale per fare girare molte cose, ma forse è solo una cosa che ho pensato per non scomparire, per non fare la fine dei cigni d’inverno o del ghiaccio in primavera.

Odio dovermi vestire come quelli. Quelli sono tutto ciò che mi rende questo mondo difficile da digerire. Non è vero, non digerisco neanche i troppo buoni senza divisa, che sorridono sempre, né i cani che stanno sempre sulle palle, ma quelli che si vestono così sono davvero il peggio. Perché, mi chiedo, hanno avuto bisogno di una divisa, se sono così forti. Perché mettersi un vestito è come indossare una divisa, ecco cos’è. Una maledetta divisa per occasioni mondane in cui sono gradite solo persone con la divisa. A me sembra una debolezza, questo mi sembra. E poi, come si fa a non avere mai delle macchie sulle scarpe. Voglio dire, io non ce la faccio. Io che ho i piedi di una misura spropositata rispetto alla mia altezza, come pretendono che non picchi con le scarpe di tanto in tanto, e mica posso stare lì a controllare che non ci siano macchie o microscopiche righe. Mi pagassero, certo, lo farei, ma non mi pagano. Nessuno li paga eppure loro si sentono felici così. La verità è che gli basta poco. Un vestito e un paio di scarpe, come carta da parati usa e getta, e non ci sono più buchi nelle loro personalità, non ci sono più vuoti nelle loro esistenze. Un vestito gli basta, e prima o poi tanto arriva Natale o il giorno del Ringraziamento. Ora devo stare attento, sono in ritardo e quelli in divisa non guardano mai di buon occhio quelli che arrivano in ritardo, e a me non è che frega come mi guardano, ma alla piccola Jane sì. Questa sera mi metto in divisa solo per lei. Avevo altri progetti. Avevo il mio rito dell’annullamento del sabato. Come segno di ribellione contro quelli che si accendono solo di sabato ed escono e vanno a ballare e a ubriacarsi. Io invece, per oppormi al loro noioso cerimoniale, al sabato mi spengo. Mi chiudo in camera e ascolto musica. Ascolto musica, catalogo musica, passo ore a battere il tempo col piede, a ciondolare la testa, tanto che certe volte mi viene perfino male, alla testa intendo, o al collo, a forza del continuo avanti e indietro, o anche di lato, dipende.

Sto arrivando Jane. Con su uno di quei vestiti che ti fa pensare agli attori delle serie tv che ti piacciono tanto. Sto arrivando Jane. Sto arrivando su di un catamarano bianco che vola. Sto arrivando Jane, travestito da uomo come piaceva a te, che amavi vedermi recitare la parte di quelli normali.

Sto arrivando, piccola Jane.

preferisci sognare d’inverno

La sera prende il sopravvento ed è soltanto questione di luce, perché i quaranta gradi non demordono.
Arrivederci. Arrivederci. A domani. Buona serata.

Trovi eccessivo il numero di gambe che affollano la stazione della metro, quello che era il tuo spazio vitale, d’estate in città, improvvisamente collassa e non ne sarebbe sufficiente il doppio.

Passi mentalmente in rassegna un paio di urgenze lavorative. Gli appuntamenti di domani. Peccato che senza un filo d’aria, la concentrazione non sappia bene dove aggrapparsi per restare in piedi, e cada.

Senti che prima di arrivare a casa ti fregherà tutta quella fragilità che ti tieni dentro con due mani come quando sali sulla valigia per farci stare dentro tutto e non farla esplodere. Ma le braccia non sono più le stesse e la valigia è sempre più piena. E lo vorresti dire a qualcuno “su, aiutami, siediti sopra che io intanto provo a chiudere” o anche “avresti mica spazio per un paio di cose…”. Solo che intorno non c’è nessuno. Nessuno a cui chiedere una cosa del genere.

Sarà che forse c’era traffico su qualche autostrada del destino e chi sarebbe dovuto arrivare ancora non c’è. E quelli che ci sono. Be’, quelli che ci sono non bastano. E gliene hai date di possibilità, ma ogni volta mandano tutto a puttane e allora uno finisce per diffidare. Non impareranno mai e allora vaffanculo. Non puoi continuare a riempire questa cazzo di valigia con la loro roba.

Così ti consegni a due occhi sconosciuti, per una frazione di secondo, tanto per sentire l’effetto che fa. Ed è un bell’effetto, e lo sapevi già, ma non sono ancora loro, così ringrazi, guardi altrove ed è già ora di scendere.

Salire in superficie non ha nulla di prevedibilmente metaforico, a meno che i tre mondi danteschi non vengano disposti al rovescio, se così fosse avresti dovuto cercare una scala mobile che scendesse ancora, e ancora e ancora, e un po’ di refrigerio l’avresti accettato come un piccolo e ragguardevole segno di benedizione.

Fare la spesa.
Ti salverà la corsia dei surgelati.
Poi ti salverà una doccia.
Poi ti salverà la follia che in qualche modo tutto debba per forza andare bene. E se non proprio bene, comunque meglio.

Poi ti addormenterai col sollievo di qualche raro filo d’aria che sfiora la schiena, perché dormi di pancia.

Eviteresti però qualsiasi tipo di sogno.
Non sai bene perché,
ma preferisci sognare d’inverno.

Trascurabile incantesimo metropolitano.

C’era questa presenza che avvertivo soltanto. Una presenza niente male, che per quel che sapevo poteva essere un unicorno con un gonnellone bianco che mi sventolava sotto agli occhi ad ogni frenata del tram.
Avvertivo gli occhi dell’unicorno col gonnellone fissare le stesse parole che stavo leggendo sul libro che tenevo più o meno saldamente tra le mani, cercando con abilità prestidigitatoria di non far scivolare via l’artistico segnalibro, ultimo ricordo di una qualche relazione abbandonata come molte altre a mezza via. Per come la vedo io, la fine di una relazione segna, in qualche crudele modo, l’autenticità di tutti i sentimenti che l’hanno sorretta, se è vero che il novanta per cento delle storie d’amore è destinato a finire perché sostenuto da schemi che hanno nulla a che vedere con la razionalità. Quel dieci per cento che guada l’oceano, be’, ha del miracoloso.

L’unicorno col gonnellone legge con me un paio di pagine. Deve aver trovato qualcosa che le appartiene, nel racconto della frustrazione elegante di una giovane sposa che, in una esatta solitudine, attende un uomo che difficilmente arriverà.

Non mi volto. Siamo in una specie d’incantesimo di cui nessuno dei due è pronto a disfarsi, e così passano un paio di fermate. Tra un capoverso e l’altro bado d’avere ancora il suo sguardo a sfiorarmi e scavallarmi la spalla per nutrirsi di qualche battuta d’inchiostro.

Improvvisamente un suono. La fermata successiva è stata prenotata come tante altre prima di quella, ma di quelle prima non mi ero accorto. Così so che tra pochi metri avremo a che fare con un distacco, con la fine di un incantesimo, il disfacimento di un segreto patto tra sconosciuti.

Si aprono le porte. Il suo sguardo mi urta il collo, per dirigersi verso un’altra direzione. Sento l’unicorno col gonnellone bianco scendere i gradini metallici dei nostri antichi tram. Solo due passi. Allora forse non si tratta di un unicorno. Mi chiedo allora cosa. Forse chi.

Con il libro ancora aperto tra le mani mi volto verso il marciapiede.

Mi dà le spalle. Indossa un lungo vestito bianco. Sguardo a sinistra. Poi mano per raccogliersi i lunghi capelli sulla nuca per farsi prendere il collo da un po’ d’aria gentile, se c’è. Sguardo a destra e poi via. Un piede dopo l’altro nella la direzione opposta del tram, che sferragliando riparte così come si era fermato.

Il segnalibro è ancora al suo posto.
La giovane sposa,
anche.