SENTIRSI FELICI CON L’ANALISTA CHE TIENE INSIEME I PEZZI: VALE ESSERE FELICI O VALE UN CAZZO? (PT.1)

– Qui bisogna alzare l’asticella, altrimenti la merda continuerà a fuoriuscire copiosa, saremo circondati da terre emerse di merda, tipo isolotti marroni qua e là, e ci ritroveremo sempre più spesso a esclamare “buona! Davvero gustosa!” e senza manco accorgercene saremo sommersi e sarà troppo tardi per levarci quell’odore dal naso, dalla bocca, dalla pelle, da tutto.
– Mia madre vive ancora in simbiosi con quel fallito di suo fratello che dice cose tipo queste che tiri fuori tu, ma parlando di calcio, che almeno io ti ignoro, pur sapendo che dandoti retta potrei capirti, lui invece lo ignoro e so che non lo capirei e questo mi manda in bestia. Lui, poi, non puzza di merda, ma di una colonia al muschio, di quelle economiche che vendono alla cassa, buttate alla rinfusa in un cestello, nello stesso espositore delle gomme da masticare, proprio sopra i Tic Tac, agli ovetti Kinder, e affianco alle pile da 9 volt e alle lamette usa e getta. E poi ti dirò che avrò annusato il muschio migliaia di volte, quello vero, quello nei boschi, perfino quello del presepe, ma mai che ci abbia ritrovato quell’odore lì, mai.
– Te l’hanno mai detto che ti fai prendere la mano dai dettagli superflui?
– Mi hanno detto che il superfluo è una costruzione culturale e quindi è comunque meglio di grugniti accompagnati del trittico magico: scopare, mangiare e morire.
– Pare che il crollo delle ideologie e la politica del fare abbiano incentivato le persone a “fare” senza chiedersi davvero perché: l’importante è fare, lavorare, produrre, dimostrarsi volenterosi, dimostrarsi migliori e più fotogenici. Ci sarà un motivo se sono tutti sull’orlo di una crisi di nervi. Fanno foto che trasudano allegria e gioia, si dicono soddisfatti, eppure hanno tutti un analista dietro le spalle a tenere insieme i pezzi. Come dire che uno che va in bicicletta con le rotelle è uno che sa andare in bicicletta, che stronzata. Senza rotelle è diverso. Senza rotelle è davvero sapere andare. E ti dicono che si fa quel che si può. Infatti loro fanno, fanno, fanno e si lamentano perché fanno e si lodano perché fanno, ma senza una motivazione profonda e quel che è peggio senza interpellare il proprio gusto o un senso etico, estetico, non un approccio culturale, esistenziale o che ne so. La domanda che si fanno ogni santissimo giorno è “com’è possibile che in questa epoca piena di nuovi mestieri del cazzo, il mio mi faccia così cagare?”, e allora lavorano senza sosta proprio per non pensare alla nausea, come quando soffri la macchina e ti dicono di dormire, solo che dormire diventa strafare senza concedersi un minuto per pensare, è un nuovo tipo di dormire; questa è gente che senza la possibilità di esternare pubblicamente quanto stiano lavorando duro, senza una manciata di like, questa è gente che si sarebbe impiccata, te lo dico io.
– Non credo che mi impiccherei.
– Ah, lo credo bene. Perché dovresti? Tu non fai un cazzo. Sogni. Quelli come te sono quasi sani. Più sani di quegli altri comunque. Almeno hai accettato la totale irrilevanza di cose come il successo, la carriera, i soldi, la famiglia e la presunta serenità fondata sul lavoro…
– No, dico che se dovessi scegliere una morte, non credo mi impiccherei. Sono abbastanza fighetta in questo genere di cose. Preferire evitare segni sul corpo. Ne vorrei uscire con l’aspetto pulito, per bene, ordinato, quasi fossi vivo, e invece no, sarei morto, pensa che sorpresona.
– Tu sei stato bravo…
– Lo so bene. Non ho ceduto alle lusinghe della vita facile e neanche a quelle della vita difficile…
– Tu mai. Un vero paladino del fare di tutto per negarsi ogni possibilità di successo in questo mondo qui.
– Non l’ho mai detto a nessuno, ma sai qual è una delle cose che più mi infastidiscono nelle relazioni cosiddette sentimentali?
– Io non sopporto l’idea di non essere omosessuale. Voglio dire perché loro sì e io no? C’è stato un periodo che questa domanda mi levava ore di sonno. Poi me ne sono fatto una ragione. Ma ti confesso che accettare la mia eterosessualità è stato uno dei momenti più difficili: uno è piccolo, non capisce sia possibile essere felici anche con una donna.
– Sì, ti capisco. Un brutto colpo anche per me. Uno passa dieci anni a giocare solo con maschi e poi improvvisamente gli ormoni lo spingono in territori inesplorati senza che lo abbia chiesto, così, da un giorno all’altro: come uno che non è mai uscito fuori dal suo paese di cento anime e improvvisamente si trova teletrasportato a New York. Però non è neanche questo. Quello che mi fa davvero incazzare sono sempre state le relazioni dove uno dei fattori di attrazione è il denaro. Come la mia cuginetta neo-diciottenne che l’altra sera mi dice che il suo uomo comunque sarà ricco. Ecco, l’idea che una donna stia con me perché sono finanziariamente tranquillo o perfino agiato, ecco, questa è una cosa che non potrei reggere. Mi viene l’asma. Senti, anche adesso, senti che respiro corto solo a pensarci.
– Va bene, ho capito, calmati, che tanto mi pare che il problema l’hai risolto alla grande.
– Certo, ma non è stato facile. Però adesso, di sicuro, quelle donne attratte dai soldi se ne stanno alla larga, attaccate al culo di altre carte di credito coi piedi, e che dio me ne scampi.
– Non temere, non credo che per una cosa del genere ci sia bisogno di preghiere, è una roba che dio gestisce facile. Fa pratica con tre quarti di mondo da sempre. Sa bene come non far diventare ricche le persone.
– Chiaramente non voglio manco quelle che starebbero con me solo per il fisico…
– Noto che infatti che ti sei sensibilmente imbolsito… e così anche quelle te le e sei scrollate di dosso… sei una specie di genio dell’auto-sabotaggio.
– Puoi dirlo! E quelle che invece gli piace come ti vesti e come ti atteggi?
– Quelle puoi stare tranquillo che manco ti camminano sullo stesso marciapiede…
– Capisci perché non credo negli analisti? È tutto così estremamente semplice.
– Se l’obiettivo è restare soli come cani…
– Che hai detto?
– Che forse dovresti prenderti un cane. Loro amano disinteressatamente, basta che gli raccogli la roba col sacchettino, gli dai da mangiare e due carezzine ogni tanto.
– Non lo so. Se poi incontrano uno che può permettersi di cucinargli il filetto una volta alla settimana?
– Forse è il caso che ci fermiamo qui. Temo di scoprire fino a dove tu possa spingerti.
– Per me l’amore è magia, e cade su due persone come la neve. Indipendentemente da tutto. Cade e basta. Come nei film della Disney.
– Nei film della Disney le donne si innamorano generalmente di principi, al massimo di principi che non sanno di essere principi e sono tutti magri e in forma. Perfino La Bestia ha gli addominali.
– Sì, ma c’è la magia…
– Va bene. Sì, certo. Va bene. Io comunque a un paio di rotelle ci penserei… che poi magari poi le puoi togliere dopo poco, magari devi solo riprendere le misure. Metti le rotelle, ti fai un paio di giri in sicurezza e poi di nuovo via come un Armstrong un po’ meno fatto e rock.
– Non capisco…
– Non importa.

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donne silenziose

– In pratica le donne silenziose sono le migliori.
– Perché non rompono le palle?
– Bertino, chi ti ha insegnato a dire queste cose?
– Tu. Ieri hai detto che mamma era tanto brava, ma quando ci si metteva sapeva davvero rompere le palle.
– Ora non è che devi ripetere tutto quello che dico. Voglio dire, hai 6 anni, è anche ora che pensi un po’ con la tua testa, che ti costruisca una personalità!
– Perché? Cosa vuol dire? Cos’è una personalità?
– Lascia perdere. Comunque no, non dico quelle che stanno in silenzio in generale, ma quelle che stanno in silenzio quando conta. Perché è lì che capiscono.
– Capiscono cosa?
– Capiscono che uomo hanno davanti. Perché stanno zitte per vedere l’uomo che fa la cosa giusta. Credo sia una cosa come un loro trucco per trovare quello che cercano. Ora non so bene se sia per tutte così, ma per tua madre lo era.
– Tu vuoi ancora bene alla mamma?
– Certo!
– Anche se non c’è più?
– La cosa tremenda è proprio questa. Che quando una persona non c’è più, in certi momenti, ti sembra di volerele così tanto bene come non gliene hai mai voluto.
– E lei stava tanto in silenzio?
– All’inizio non parlava mai. Se si trattava di ridere non si tirava certo indietro, ma quando si trattava di cose importanti, quando capiva che la puntavo…
– Cosa vuol dire che la puntavi?
– Quando capiva che volevo diventasse la mia fidanzata…
– Capito. Io punto Cecilia, sai, papà!
– Cecilia è molto bella… pure la mamma è niente male.
– Che hai detto papà?
– Che la mamma anche deve essere una brava persona.
– Sì! Pensa che tutti i giorni le dà un sacchettino con personaggi diversi disegnati sopra e ci mette dentro la merenda.
– Che brava! E tu facevi la cosa giusta quando mamma stava in silenzio?
– No. Quasi mai.
– E come avete fatto a fare me.
– Diciamo che dopo estenuanti tentativi e una sua pazienza interminabile, un paio di cose buone le ho fatte, e una di queste sei stato tu.
– Con un padre così imbranato, sono stato proprio fortunato.
– Bertino! Ahahah, direi proprio che abbiamo avuto un gran culo.
– Gran culo!!!
– Porc…
– Porc!!!!
– ……………..

 

[ canzone ]

l’importanza della location

– Come guardare un film bellissimo…
– Ambientato dove?
– Ma dove ti pare.
– I film bellissimi sono ambientati in posti ben precisi. Immagina Santa Maradona senza Milano.
– Va bene. Allora. Come guardare un film bellissimo… Ma scusa, Santa Maradona non era ambientato a Torino? E poi, tutto il bene che possiamo volere a Ponti, ma avrei trovato esempi più appropriati.
– Allora non sei scemo dalla testa ai piedi. Forse solo fino alle tibie. Infatti l’ho catalogato tra i film “significativi”, e tu hai dato due risposte giuste su due. Bomber!
– Quindi… immagina che ti prendi un giorno, uno solo in cui dici oggi penso e sto male, oggi mi godo tutta la nostalgia che per un motivo o per l’altro mi sono lasciato per strada. E allora tra attimi di puro annullamento a guardare il mare e una mezza dozzina di caffè, perché comunque non fare un cazzo facilita il sonno, decidi di guardarti un film, ma ad una sola condizione: deve essere bellissimo. Così ne scegli uno…
– Ambiento?
– Ambientato in Sicilia.
– Oooh.
– Ne scegli uno…
– Puoi tornare alla prima persona. Ho una ragione labile. Non vorrei influissi negativamente sulla mia volontà. Poi mi convinco di avere visto un film ambientato in Sicilia, ma di cui non ricordo la trama e allora il cervello va in pappa.
– Scelgo un film…
– Grazie.
– Un film ambientato in Sicilia, che ti prende così tanto che se tutto fosse andato come prevedevi a quindici anni, era questione di ore che ti saresti fiondato su un areo, con destinazione una qualunque città della trinacria. E questo film te lo porti dietro, e mentre sei ancora impregnato di quegli odori, quei colori, ecco che ti compare una notifica su Facebook: quella si sta svegliando in Sicilia con tizioqualunque….
– A te arrivano le notifiche di quando si sveglia la gente? Cos’è, una nuova app?
– Ma no. Ha postato una foto di una vista da casa. Era mattina. Due più due.
– Quale sarebbe la morale di tutto questo? Che uno in Italia sogna di andare in Sicilia e qualcuno nel mondo ci andrà davvero?
– Non c’è morale. Ci sono le cose cambiano e ti consoli accorgendoti che cambiano e illustrando il processo a un amico stronzo, tanto per evitare di pensare che quel tizioqualunque saresti potuto essere tu.
– Mi dispiace.
– Ma figurati. Ormai è quasi acqua passata.
– No, mi dispiace che tu non avessi visto prima Nuovo Cinema Paradiso.
– Bravo, proprio quello ho visto. C’ho ancora i brividi quando ci penso.
– A chi lo dici.
– Pure a te ha fatto pensare a qualcuna?
– No. Io sono sentimentalmente agnostico, dovresti saperlo. A me è rimasto impresso per il matto che reclamava la proprietà di quella piazza. “Andate via, andate via…”. E faceva esattamente quello che facciamo noi col passato. Che vorremmo che nessuno ce lo toccasse. Che nessuno cambiasse una virgola dei posti in cui abbiamo vissuto, di quello che abbiamo provato e anche le persone vorremmo restassero le stesse. Ma il tempo passa e le piazze cambiano. E tutto il passato che c’hai in testa è sempre più una roba personale, fatta di dettagli e cose che manco si possono spiegare. Diventa tutto una specie di sogno.
– Forse per compensare il tempo davanti che si accorcia e tutto sembra sempre più perentorio, ormai dato e così troppo reale.
– Se solo tu avessi un culo della madonna e fossi privo di pene!
– Quante volte ce lo siamo detti.
– Eh, già.
– Però ora non guardarmi così. E dì al maestro di suonarcene una. Digli di suonarci proprio quella.
– Glielo sto dicendo. Solo il tempo di svestirlo… sollevare la testina… appoggiarlo…. ecco…

PLAY [ canzone ]

sto arrivando, piccola Jane [balzane derive salingeriane]

Quello che mi piaceva erano i suoi occhi quando rubavano le immagini. Come quando stavamo a guardare il laghetto ghiacciato e ci chiedevamo dei cigni e compagnia bella. Che poi mentre camminavamo nel parco mi bastava guardarla e vedevo ancora il laghetto e poi però, a lato, decisamente a lato, mi pareva di scorgere una sagoma. Sembrava il mio contorno. Sembravo io stretto nel mio cappotto e il cappello rosso da cacciatore che chissà dov’è finito, però ora non mi va di cercarlo, che sono quasi in ritardo, come sempre, come in ogni cosa e non sembra mai il momento più opportuno per ricordare, per ripensare a quei giorni strani, che sembrava che c’ero solo io al centro del mondo. Voglio dire, mi sembrava di non contare una tacca, eppure quella tacca mi sembrava fosse fondamentale per fare girare molte cose, ma forse è solo una cosa che ho pensato per non scomparire, per non fare la fine dei cigni d’inverno o del ghiaccio in primavera.

Odio dovermi vestire come quelli. Quelli sono tutto ciò che mi rende questo mondo difficile da digerire. Non è vero, non digerisco neanche i troppo buoni senza divisa, che sorridono sempre, né i cani che stanno sempre sulle palle, ma quelli che si vestono così sono davvero il peggio. Perché, mi chiedo, hanno avuto bisogno di una divisa, se sono così forti. Perché mettersi un vestito è come indossare una divisa, ecco cos’è. Una maledetta divisa per occasioni mondane in cui sono gradite solo persone con la divisa. A me sembra una debolezza, questo mi sembra. E poi, come si fa a non avere mai delle macchie sulle scarpe. Voglio dire, io non ce la faccio. Io che ho i piedi di una misura spropositata rispetto alla mia altezza, come pretendono che non picchi con le scarpe di tanto in tanto, e mica posso stare lì a controllare che non ci siano macchie o microscopiche righe. Mi pagassero, certo, lo farei, ma non mi pagano. Nessuno li paga eppure loro si sentono felici così. La verità è che gli basta poco. Un vestito e un paio di scarpe, come carta da parati usa e getta, e non ci sono più buchi nelle loro personalità, non ci sono più vuoti nelle loro esistenze. Un vestito gli basta, e prima o poi tanto arriva Natale o il giorno del Ringraziamento. Ora devo stare attento, sono in ritardo e quelli in divisa non guardano mai di buon occhio quelli che arrivano in ritardo, e a me non è che frega come mi guardano, ma alla piccola Jane sì. Questa sera mi metto in divisa solo per lei. Avevo altri progetti. Avevo il mio rito dell’annullamento del sabato. Come segno di ribellione contro quelli che si accendono solo di sabato ed escono e vanno a ballare e a ubriacarsi. Io invece, per oppormi al loro noioso cerimoniale, al sabato mi spengo. Mi chiudo in camera e ascolto musica. Ascolto musica, catalogo musica, passo ore a battere il tempo col piede, a ciondolare la testa, tanto che certe volte mi viene perfino male, alla testa intendo, o al collo, a forza del continuo avanti e indietro, o anche di lato, dipende.

Sto arrivando Jane. Con su uno di quei vestiti che ti fa pensare agli attori delle serie tv che ti piacciono tanto. Sto arrivando Jane. Sto arrivando su di un catamarano bianco che vola. Sto arrivando Jane, travestito da uomo come piaceva a te, che amavi vedermi recitare la parte di quelli normali.

Sto arrivando, piccola Jane.