donne silenziose

– In pratica le donne silenziose sono le migliori.
– Perché non rompono le palle?
– Bertino, chi ti ha insegnato a dire queste cose?
– Tu. Ieri hai detto che mamma era tanto brava, ma quando ci si metteva sapeva davvero rompere le palle.
– Ora non è che devi ripetere tutto quello che dico. Voglio dire, hai 6 anni, è anche ora che pensi un po’ con la tua testa, che ti costruisca una personalità!
– Perché? Cosa vuol dire? Cos’è una personalità?
– Lascia perdere. Comunque no, non dico quelle che stanno in silenzio in generale, ma quelle che stanno in silenzio quando conta. Perché è lì che capiscono.
– Capiscono cosa?
– Capiscono che uomo hanno davanti. Perché stanno zitte per vedere l’uomo che fa la cosa giusta. Credo sia una cosa come un loro trucco per trovare quello che cercano. Ora non so bene se sia per tutte così, ma per tua madre lo era.
– Tu vuoi ancora bene alla mamma?
– Certo!
– Anche se non c’è più?
– La cosa tremenda è proprio questa. Che quando una persona non c’è più, in certi momenti, ti sembra di volerele così tanto bene come non gliene hai mai voluto.
– E lei stava tanto in silenzio?
– All’inizio non parlava mai. Se si trattava di ridere non si tirava certo indietro, ma quando si trattava di cose importanti, quando capiva che la puntavo…
– Cosa vuol dire che la puntavi?
– Quando capiva che volevo diventasse la mia fidanzata…
– Capito. Io punto Cecilia, sai, papà!
– Cecilia è molto bella… pure la mamma è niente male.
– Che hai detto papà?
– Che la mamma anche deve essere una brava persona.
– Sì! Pensa che tutti i giorni le dà un sacchettino con personaggi diversi disegnati sopra e ci mette dentro la merenda.
– Che brava! E tu facevi la cosa giusta quando mamma stava in silenzio?
– No. Quasi mai.
– E come avete fatto a fare me.
– Diciamo che dopo estenuanti tentativi e una sua pazienza interminabile, un paio di cose buone le ho fatte, e una di queste sei stato tu.
– Con un padre così imbranato, sono stato proprio fortunato.
– Bertino! Ahahah, direi proprio che abbiamo avuto un gran culo.
– Gran culo!!!
– Porc…
– Porc!!!!
– ……………..

 

[ canzone ]

l’importanza della location

– Come guardare un film bellissimo…
– Ambientato dove?
– Ma dove ti pare.
– I film bellissimi sono ambientati in posti ben precisi. Immagina Santa Maradona senza Milano.
– Va bene. Allora. Come guardare un film bellissimo… Ma scusa, Santa Maradona non era ambientato a Torino? E poi, tutto il bene che possiamo volere a Ponti, ma avrei trovato esempi più appropriati.
– Allora non sei scemo dalla testa ai piedi. Forse solo fino alle tibie. Infatti l’ho catalogato tra i film “significativi”, e tu hai dato due risposte giuste su due. Bomber!
– Quindi… immagina che ti prendi un giorno, uno solo in cui dici oggi penso e sto male, oggi mi godo tutta la nostalgia che per un motivo o per l’altro mi sono lasciato per strada. E allora tra attimi di puro annullamento a guardare il mare e una mezza dozzina di caffè, perché comunque non fare un cazzo facilita il sonno, decidi di guardarti un film, ma ad una sola condizione: deve essere bellissimo. Così ne scegli uno…
– Ambiento?
– Ambientato in Sicilia.
– Oooh.
– Ne scegli uno…
– Puoi tornare alla prima persona. Ho una ragione labile. Non vorrei influissi negativamente sulla mia volontà. Poi mi convinco di avere visto un film ambientato in Sicilia, ma di cui non ricordo la trama e allora il cervello va in pappa.
– Scelgo un film…
– Grazie.
– Un film ambientato in Sicilia, che ti prende così tanto che se tutto fosse andato come prevedevi a quindici anni, era questione di ore che ti saresti fiondato su un areo, con destinazione una qualunque città della trinacria. E questo film te lo porti dietro, e mentre sei ancora impregnato di quegli odori, quei colori, ecco che ti compare una notifica su Facebook: quella si sta svegliando in Sicilia con tizioqualunque….
– A te arrivano le notifiche di quando si sveglia la gente? Cos’è, una nuova app?
– Ma no. Ha postato una foto di una vista da casa. Era mattina. Due più due.
– Quale sarebbe la morale di tutto questo? Che uno in Italia sogna di andare in Sicilia e qualcuno nel mondo ci andrà davvero?
– Non c’è morale. Ci sono le cose cambiano e ti consoli accorgendoti che cambiano e illustrando il processo a un amico stronzo, tanto per evitare di pensare che quel tizioqualunque saresti potuto essere tu.
– Mi dispiace.
– Ma figurati. Ormai è quasi acqua passata.
– No, mi dispiace che tu non avessi visto prima Nuovo Cinema Paradiso.
– Bravo, proprio quello ho visto. C’ho ancora i brividi quando ci penso.
– A chi lo dici.
– Pure a te ha fatto pensare a qualcuna?
– No. Io sono sentimentalmente agnostico, dovresti saperlo. A me è rimasto impresso per il matto che reclamava la proprietà di quella piazza. “Andate via, andate via…”. E faceva esattamente quello che facciamo noi col passato. Che vorremmo che nessuno ce lo toccasse. Che nessuno cambiasse una virgola dei posti in cui abbiamo vissuto, di quello che abbiamo provato e anche le persone vorremmo restassero le stesse. Ma il tempo passa e le piazze cambiano. E tutto il passato che c’hai in testa è sempre più una roba personale, fatta di dettagli e cose che manco si possono spiegare. Diventa tutto una specie di sogno.
– Forse per compensare il tempo davanti che si accorcia e tutto sembra sempre più perentorio, ormai dato e così troppo reale.
– Se solo tu avessi un culo della madonna e fossi privo di pene!
– Quante volte ce lo siamo detti.
– Eh, già.
– Però ora non guardarmi così. E dì al maestro di suonarcene una. Digli di suonarci proprio quella.
– Glielo sto dicendo. Solo il tempo di svestirlo… sollevare la testina… appoggiarlo…. ecco…

PLAY [ canzone ]

sto arrivando, piccola Jane [balzane derive salingeriane]

Quello che mi piaceva erano i suoi occhi quando rubavano le immagini. Come quando stavamo a guardare il laghetto ghiacciato e ci chiedevamo dei cigni e compagnia bella. Che poi mentre camminavamo nel parco mi bastava guardarla e vedevo ancora il laghetto e poi però, a lato, decisamente a lato, mi pareva di scorgere una sagoma. Sembrava il mio contorno. Sembravo io stretto nel mio cappotto e il cappello rosso da cacciatore che chissà dov’è finito, però ora non mi va di cercarlo, che sono quasi in ritardo, come sempre, come in ogni cosa e non sembra mai il momento più opportuno per ricordare, per ripensare a quei giorni strani, che sembrava che c’ero solo io al centro del mondo. Voglio dire, mi sembrava di non contare una tacca, eppure quella tacca mi sembrava fosse fondamentale per fare girare molte cose, ma forse è solo una cosa che ho pensato per non scomparire, per non fare la fine dei cigni d’inverno o del ghiaccio in primavera.

Odio dovermi vestire come quelli. Quelli sono tutto ciò che mi rende questo mondo difficile da digerire. Non è vero, non digerisco neanche i troppo buoni senza divisa, che sorridono sempre, né i cani che stanno sempre sulle palle, ma quelli che si vestono così sono davvero il peggio. Perché, mi chiedo, hanno avuto bisogno di una divisa, se sono così forti. Perché mettersi un vestito è come indossare una divisa, ecco cos’è. Una maledetta divisa per occasioni mondane in cui sono gradite solo persone con la divisa. A me sembra una debolezza, questo mi sembra. E poi, come si fa a non avere mai delle macchie sulle scarpe. Voglio dire, io non ce la faccio. Io che ho i piedi di una misura spropositata rispetto alla mia altezza, come pretendono che non picchi con le scarpe di tanto in tanto, e mica posso stare lì a controllare che non ci siano macchie o microscopiche righe. Mi pagassero, certo, lo farei, ma non mi pagano. Nessuno li paga eppure loro si sentono felici così. La verità è che gli basta poco. Un vestito e un paio di scarpe, come carta da parati usa e getta, e non ci sono più buchi nelle loro personalità, non ci sono più vuoti nelle loro esistenze. Un vestito gli basta, e prima o poi tanto arriva Natale o il giorno del Ringraziamento. Ora devo stare attento, sono in ritardo e quelli in divisa non guardano mai di buon occhio quelli che arrivano in ritardo, e a me non è che frega come mi guardano, ma alla piccola Jane sì. Questa sera mi metto in divisa solo per lei. Avevo altri progetti. Avevo il mio rito dell’annullamento del sabato. Come segno di ribellione contro quelli che si accendono solo di sabato ed escono e vanno a ballare e a ubriacarsi. Io invece, per oppormi al loro noioso cerimoniale, al sabato mi spengo. Mi chiudo in camera e ascolto musica. Ascolto musica, catalogo musica, passo ore a battere il tempo col piede, a ciondolare la testa, tanto che certe volte mi viene perfino male, alla testa intendo, o al collo, a forza del continuo avanti e indietro, o anche di lato, dipende.

Sto arrivando Jane. Con su uno di quei vestiti che ti fa pensare agli attori delle serie tv che ti piacciono tanto. Sto arrivando Jane. Sto arrivando su di un catamarano bianco che vola. Sto arrivando Jane, travestito da uomo come piaceva a te, che amavi vedermi recitare la parte di quelli normali.

Sto arrivando, piccola Jane.

l’invadente serenità di un giovane kebabbaro

– C’è che non si può sempre stare sulla soglia ad aspettare che un ricordo sbiadisca o che arrivi un sogno a salvarci. C’è tanta di quella roba lì in mezzo che rinunciarci è semplicemente controproducente e non in senso astratto, ma proprio è un camion che arriva dritto a tutto a velocità, da distanza ragguardevole, ma con il poco fraintendibile intento di ridurci a poltiglia. Per cui si tratta di ore, giorni e mesi che stiamo lì in mezzo alla carreggiata, manco fossimo dei Gandalf che ti fanno l’incantesimo e salvano baracca e burattini proprio allo scadere dell’ultima scena del film. No, c’è poco da inventarsi, se non ti levi ti appiattiscono. C’è poco da fare, non c’è immaginazione o poteri magici che tengano. Non in questo mondo qui, per il poco che sono riuscito a capirci io, di questo tipo di mondo qui.
– Ci stai provando di nuovo.
– A fare che?
– A insinuarmi il dubbio che un laureato affascinante come me non dovrebbe passare la vita a vendere Kebab. Sei un subdolo! Almeno parla chiaramente, dillo!
– Macché! Però se ci hai pensato, mi sa che ti sei poco innocentemente chiamato in causa da solo. Devi avere ancora un po’ di coscienza non corrotta lì dentro da qualche parte…
– No. Sono corrotto cento per cento. E poi senti, sono l’unico italiano, in Italia, che lavora per un kebabbaro arabo. Ci sarà ben del merito in tutto questo. Perché non lo vuoi riconoscere. Ti scoccia riconoscerlo. Avverto dell’invidia malcelata…
– Invida? Ma che c’hai dentro la testa? Cosa galleggia lì dentro? C’è ancora della vita?
– Ti prego cambiamo discorso. Che ne so andiamo su di un argomento affine. La bagnina bionda. Quella che legge i manga e fa tutte le facce buffe…
– Lavori 10 ore al giorno. Cinque euro l’ora, forse netti, ma mi sa che menti. Non hai una vita sociale. Non bevi neanche più perché a forza di stare là dentro ti sei preso bene delle birre analcoliche, quindi hai anche tagliato le gambe all’imprevedibilità di una notte con sbronza. Quando sei a casa dormi o leggi qualche libro sulla vita di qualche altro disagiato, tanto per sentirti meno solo. Non vieni neanche più a nuotare. Scusa tanto se da amico mi sento in dovere di farti notare che i giorni passano, quado è evidente che tu hai fraternizzato con un solo giorno e continui a rivivertelo con apparente noncuranza e divertimento da almeno dieci anni.
– Fatti i fatti tuo, cara zietta. Sai, ho sempre sognato di avere una zietta di quinto grado che mi iniziasse al sesso.
– Ma che schifo.
– Sarebbe andata bene anche una cuginetta, anche di terzo grado. Di secondo solo se proprio fosse stata figa. Di primo l’avrei accettata solo se fosse stata strafiga e minacciasse di suicidarsi in caso di rifiuto da parte mia.
– Possibile che non ti riesca di guardare il mondo con gli occhi di uno che qui ci vive e non con quelli di uno spettatore al cinema?
– L’ultima volta che ci ho messo piede volevo scoparci. Stavo con Greta e mi sembrava proprio il tipo che faceva quel genere di cose. Anzi, credo mi ci fossi messo insieme proprio perché mi aspettavo quel genere di cose, ma la delusione quando mi disse una cosa come “al cinema? ma sei matto? queste cose si fanno in camera da letto…”. Non ebbi più un’erezione per un mesetto intero.
– Me l’avevi già raccontato.
– Lo so. Era un refresh.
– Poi però siete stati insieme ancora per un po’…
– Sì. Vero. Ancora un mese. Dopo mi lasciò lei, e penso che ti riesca facile capire perché.
– Dani, fai che cazzo ti pare. Tanto arriviamo sempre al punto in cui io mi sento un matto a darti dei consigli e tu ti dimostri coglione più che mai, che poi forse è la tua versione più vera. Dev’essere così. Non c’è altra spiegazione. Sei un coglione e ti ho sopravvalutato.
– Dipende dal termine di paragone. Se mi confronti col Dalai Lama è naturale che io possa risultare un coglione. Ma se prendiamo in esame il 90% della classe politica, sono abbastanza sicuro nessun kebabbaro serio li avrebbe mai assunti, a loro.

………

– Non so perché tutte le volte se la prenda così a cuore. Preoccuparsi per la raggiunta serenità di qualcuno è una roba che mi ha sempre mandato in bestia. Sai quanta gente è stata sedotta a pensare che la propria serenità fosse in qualche modo sbagliata e dopo poco si sono trovati peggio di prima. Insoddisfatti, tra gente di cui non gli frega un cazzo e depressi. Roba che si affogherebbero nella prima bolla per pesci a portata.
Io non dico che sono felice.
Ma dico.
Cazzo.
E se fossi felice solo quando non mi sento costretto ad essere felice?
Potrebbe essere.


No?