le tue guance rosse mi ricordano com’era bello succhiare i ghiaccioli senza pensare ai pompini.

Così le chiedo com’è che si dipinge le guance.
Non risponde e guarda bene bene in un punto dove io non riconosco grandi attrattive per le retine. Non mi resta che ripetere, scandendo meglio le parole che capita che a volte me le mangi. Che non è proprio un mangiare, ma uno smangiucchiare. Come l’estremità delle bic o di qualunque biro o matita o pennarello mi passi per le mani. Attaccamento alla fase orale? Può essere. Ma a chi è che non piace succhiare qualcosa. E adesso non iniziamo con le solite visioni sessuali delle cose del mondo. Se non si succhiano peni fino almeno, questo lo voglio pensare pur sapendo non è detto sia vero, fino almeno ai quattordici anni. Ma ricordo bene come certe cose succedevano già quando posavo il culo sulle seggioline di legno, sgangherate e rumorose, delle medie dai salesiani: sessioni erotiche e location da paura come la chiesa e i confessionali, che per quelli che avevano già intrapreso la strada dei piaceri carnali, erano come lo zucchero sul bombolone o il ripieno morbido del duplonocciolatoleggero. Tutto accadeva mentre io m’imbarazzavo ancora per uno sguardo un po’ più lungo del normale o l’odore di un balsamo o una mano sfiorata per sbaglio. Dicevo che non abbiamo alcun approccio all’oralità sessuale fino a una certa età e allora perché non potrebbe essere proprio quell’oralità una derivazione, una conseguenza e non l’origine? Ci succhiamo tutti e ci succhiamo tutto per ricordarci di quei giorni a piedi nudi e costumino mentre corriamo felici e spensierati (questo poi è tutto da vedere) con in mano le monetine lasciate dalla mamma o dai nonni (non i miei) per andare a chiedere e ottenere il nostro ambitissimo ghiacciolo alla menta o il calippo alla cocacola che chimicamente frizza, e nessuno allora si prendeva bene a guardare l’amica succhiarsi con gusto il suo gelato ghiacciato. E i brividi venivano solo per il freddo ai denti e non perché qualcuna improvvisamente decide di azzannare invece che succhiare fino alla fine. Sì, la fase orale poi, in realtà, si ricollega a un’altra roba. Sì, lo so, ma se si parla di oralità solo le neomamme pensano all’allattamento (e gli amanti del genere..), a tutti gli altri vengono in mente i pompini e chi non lo ammette mente, e chi non lo ammette guardandoti dritto negli occhi ha un futuro in politica o in certe chiese bostoniane. Perché poi ci fregano con queste cose di ciò che pensiamo, ma non sappiamo di pensare, l’invenzione maledetta e fraudolenta dell’inconscio. Perché ci spiegano come risolvere problemi che esistono in una dimensione parallela e dicono che una volta fatti i conti con quello che non c’è risolveremo anche i guai con tutto quello che c’è. A me sembra che il mondo sia pieno di psicanalisti, ma la gente non stia poi così meglio.

Allora provo a riformulare la domanda, coi giusti accenti e le corrette pause. E le richiedo com’è che ti dipingi le guance con quel rosso sfumato lì. A questo punto lei alza lo sguardo come a dirmi che cazzo mi stai chiedendo, che neanche so chi sei. Invece non dice niente, lascia cadere un mezzo sorriso, raccoglie le sue cose e se ne va. Ma a me sembrava uno spunto buono. Perché poi le avrei chiesto se magari era perché così nessuno si poteva accorgere quando si emozionava per davvero. E allora forse solo col suo innamorato si sciacquava via tutto prima di fare l’amore. Come una specie di regalo camuffato mentre stava in mezzo a gente che non erano il suo innamorato. Così capivo anche se ce l’aveva o meno un innamorato. E invece niente. Mi sono beccato lo sguardo che si dà i mezzi pazzi e sarà per un altro giorno, un’altra donna. Quella che capirà quello che dico. Perché forse, alla fine, conta capirsi senza traduttore. Ti amo perché quando parliamo non c’è bisogno di spiegarsi tanto. Ti amo perché non devo stare a riformulare le cose che dico in un modo ordinario, ma le capisci così come sono. Ti amo perché capisci quello che dico così com’è. In pratica se capisci anche quando smangiucchio le parole, ti sposerò.

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