sto arrivando, piccola Jane [balzane derive salingeriane]

Quello che mi piaceva erano i suoi occhi quando rubavano le immagini. Come quando stavamo a guardare il laghetto ghiacciato e ci chiedevamo dei cigni e compagnia bella. Che poi mentre camminavamo nel parco mi bastava guardarla e vedevo ancora il laghetto e poi però, a lato, decisamente a lato, mi pareva di scorgere una sagoma. Sembrava il mio contorno. Sembravo io stretto nel mio cappotto e il cappello rosso da cacciatore che chissà dov’è finito, però ora non mi va di cercarlo, che sono quasi in ritardo, come sempre, come in ogni cosa e non sembra mai il momento più opportuno per ricordare, per ripensare a quei giorni strani, che sembrava che c’ero solo io al centro del mondo. Voglio dire, mi sembrava di non contare una tacca, eppure quella tacca mi sembrava fosse fondamentale per fare girare molte cose, ma forse è solo una cosa che ho pensato per non scomparire, per non fare la fine dei cigni d’inverno o del ghiaccio in primavera.

Odio dovermi vestire come quelli. Quelli sono tutto ciò che mi rende questo mondo difficile da digerire. Non è vero, non digerisco neanche i troppo buoni senza divisa, che sorridono sempre, né i cani che stanno sempre sulle palle, ma quelli che si vestono così sono davvero il peggio. Perché, mi chiedo, hanno avuto bisogno di una divisa, se sono così forti. Perché mettersi un vestito è come indossare una divisa, ecco cos’è. Una maledetta divisa per occasioni mondane in cui sono gradite solo persone con la divisa. A me sembra una debolezza, questo mi sembra. E poi, come si fa a non avere mai delle macchie sulle scarpe. Voglio dire, io non ce la faccio. Io che ho i piedi di una misura spropositata rispetto alla mia altezza, come pretendono che non picchi con le scarpe di tanto in tanto, e mica posso stare lì a controllare che non ci siano macchie o microscopiche righe. Mi pagassero, certo, lo farei, ma non mi pagano. Nessuno li paga eppure loro si sentono felici così. La verità è che gli basta poco. Un vestito e un paio di scarpe, come carta da parati usa e getta, e non ci sono più buchi nelle loro personalità, non ci sono più vuoti nelle loro esistenze. Un vestito gli basta, e prima o poi tanto arriva Natale o il giorno del Ringraziamento. Ora devo stare attento, sono in ritardo e quelli in divisa non guardano mai di buon occhio quelli che arrivano in ritardo, e a me non è che frega come mi guardano, ma alla piccola Jane sì. Questa sera mi metto in divisa solo per lei. Avevo altri progetti. Avevo il mio rito dell’annullamento del sabato. Come segno di ribellione contro quelli che si accendono solo di sabato ed escono e vanno a ballare e a ubriacarsi. Io invece, per oppormi al loro noioso cerimoniale, al sabato mi spengo. Mi chiudo in camera e ascolto musica. Ascolto musica, catalogo musica, passo ore a battere il tempo col piede, a ciondolare la testa, tanto che certe volte mi viene perfino male, alla testa intendo, o al collo, a forza del continuo avanti e indietro, o anche di lato, dipende.

Sto arrivando Jane. Con su uno di quei vestiti che ti fa pensare agli attori delle serie tv che ti piacciono tanto. Sto arrivando Jane. Sto arrivando su di un catamarano bianco che vola. Sto arrivando Jane, travestito da uomo come piaceva a te, che amavi vedermi recitare la parte di quelli normali.

Sto arrivando, piccola Jane.

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