Trascurabile incantesimo metropolitano.

C’era questa presenza che avvertivo soltanto. Una presenza niente male, che per quel che sapevo poteva essere un unicorno con un gonnellone bianco che mi sventolava sotto agli occhi ad ogni frenata del tram.
Avvertivo gli occhi dell’unicorno col gonnellone fissare le stesse parole che stavo leggendo sul libro che tenevo più o meno saldamente tra le mani, cercando con abilità prestidigitatoria di non far scivolare via l’artistico segnalibro, ultimo ricordo di una qualche relazione abbandonata come molte altre a mezza via. Per come la vedo io, la fine di una relazione segna, in qualche crudele modo, l’autenticità di tutti i sentimenti che l’hanno sorretta, se è vero che il novanta per cento delle storie d’amore è destinato a finire perché sostenuto da schemi che hanno nulla a che vedere con la razionalità. Quel dieci per cento che guada l’oceano, be’, ha del miracoloso.

L’unicorno col gonnellone legge con me un paio di pagine. Deve aver trovato qualcosa che le appartiene, nel racconto della frustrazione elegante di una giovane sposa che, in una esatta solitudine, attende un uomo che difficilmente arriverà.

Non mi volto. Siamo in una specie d’incantesimo di cui nessuno dei due è pronto a disfarsi, e così passano un paio di fermate. Tra un capoverso e l’altro bado d’avere ancora il suo sguardo a sfiorarmi e scavallarmi la spalla per nutrirsi di qualche battuta d’inchiostro.

Improvvisamente un suono. La fermata successiva è stata prenotata come tante altre prima di quella, ma di quelle prima non mi ero accorto. Così so che tra pochi metri avremo a che fare con un distacco, con la fine di un incantesimo, il disfacimento di un segreto patto tra sconosciuti.

Si aprono le porte. Il suo sguardo mi urta il collo, per dirigersi verso un’altra direzione. Sento l’unicorno col gonnellone bianco scendere i gradini metallici dei nostri antichi tram. Solo due passi. Allora forse non si tratta di un unicorno. Mi chiedo allora cosa. Forse chi.

Con il libro ancora aperto tra le mani mi volto verso il marciapiede.

Mi dà le spalle. Indossa un lungo vestito bianco. Sguardo a sinistra. Poi mano per raccogliersi i lunghi capelli sulla nuca per farsi prendere il collo da un po’ d’aria gentile, se c’è. Sguardo a destra e poi via. Un piede dopo l’altro nella la direzione opposta del tram, che sferragliando riparte così come si era fermato.

Il segnalibro è ancora al suo posto.
La giovane sposa,
anche.

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