aveva un talento speciale nel tenere gli ombrelli

aveva un talento speciale

Non si erano detti nulla di che.
Questo bruciava tantissimo a entrambi.
Andarsene via senza un monologo o uno scambio verbale significativo, li lasciava come a galleggiare in una soluzione acquosa ad alta concentrazione di banalità. Spesso ci lasciamo sedurre dall’idea che una storia è grandiosa tanto quanto lo sarà il suo epilogo, che sarà per forza tristemente poetico, straziantemente bello, inverosimilmente drammatico. E invece no. Restiamo quasi senza più energie. Spesso svuotati da ogni sentimento. Incapaci di metafore, allegorie, perfino poco in grado di ricordare. Tutta quella deliziosa fatica, quella lotta per una parvenza di felicità e niente, non ci riesce di dire niente.
Penso, a volte, che dovremmo fare come i giornalisti che preparano gli articoli e i servizi televisivi sui defunti celebri prima che questi siano effettivamente trapassati. Così almeno non ci troveremmo impreparati. Così non resteremo con quell’amara sensazione di aver concluso meno bene di quanto la storia d’amore avrebbe meritato. Certo, non proprio parola per parola, ma un canovaccio, qualche frase assolutamente da proferire prima che il tendone si chiuda, il pubblico scorra via e due anime non s’incontrino forse mai più.

Lei teneva l’ombrello come al solito. Diceva che lui non era bravo. Certo, era bravo a fare tante cose, ma a tenere l’ombrello proprio no e finiva sempre che lei aveva tutta una spalla e mezza testa bagnata. E se c’era una cosa che lei proprio non sopportava erano i capelli bagnati. Così anche questa mattina lei teneva l’ombrello con la sua mano destra e con l’altra tirava veloci boccate di sigaretta. Quelle sigarette che si girava da sola, col tabacco, le cartine e la punta delle dita sottili e smaltate bordeaux. Avevano parlato molto. In fondo era più di una settimana che non si vedevano. Lavoravano molto. Lei lavorava molto per poco, ma diceva che sarebbero presto cambiate le cose, che era stanca, che non era una volontaria e se ne fregava di essere benvoluta, era arrivato il tempo di incassare quanto dovuto. Voleva una casa sua. E lui anche lavorava molto. E viaggiava anche tanto. Francia, Germania, Stati Uniti, Australia. Lui le diceva sempre di smettere di fumare, ma non le diceva che quando era in giro per il mondo fumava più di lei. Si fermano prima di un attraversamento pedonale e lui glielo dice ancora “non dovevi smettere di fumare”, lei lo guarda come per dire, ti sembra il momento di chiedermi di smettere, con tutto il lavoro, con tutta l’insoddisfazione e con te che sei più altrove che qui. Lui capisce e pensa ad altro. Pensa al motivo per cui quella mattina è passata a prenderla a casa per fare colazione insieme. Pensa alla sensazione di vuoto che gli attanaglia lo stomaco da troppo tempo per fingere che non sia niente. Pensa che adesso la ucciderà nel modo più doloroso. Nel modo in cui solo alcune persone possono uccidere. Le persone che ami uccidono dolorsamente. Così la prende per il fianco del soprabito grigio. La ferma in un modo strano. Lei si volta. Lui la guarda e prima di rendersi conto di tutto, perché se ti rendi conto di tutto certe cose non le fai più. Ecco, prima che di rendersi conto le dice

“Mi sa che finisce qua”
“Mi sa che finisce cosa?”
“Noi”
“…”
“…”
“Allora che fai ancora qua”
“Mi dispiace”
“….”
“Ciao”

L’ombrello cade.
Lei si è già voltata e a passo svelto prosegue verso il suo ufficio.

Lui resta fermo sotto un balcone.
È più alto di qualche centimetro, ma lei era davvero più brava a tenere l’ombrello.
La testa e le spalle sono completamente asciutte.

L’ombrello resta a terra. Quando ci si lascia, certe cose non appartengono più a nessuno.

[canzone consigliata: “Colour me in” di Damien Rice
link: http://youtu.be/Qow-4suLBPo ]

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