il mito della storia perfetta e le sue drammatiche conseguenze su di una mente instabile [dialogo – pt.2]

– Ciao.
– Cia..
– E comunque non ti volevo chiamare.
– Ciao Mercu.
– Ciao Neli.
– Non ti volevo chiamare, poi ho deciso di chiamarti. Ma non so esattamente quale ragione abbia poi avuto la meglio sulle altre.
– Quale ragione?
– Non so perché ti ho chiamato, ma si vede che qualche lobby ha spinto affinché lo facessi.
– Qualche lobby? Affinché?
– Ora però non fare la gelida.
– Mercuzio…
– E non mi chiamare Mercuzio. Ho sempre pensato che se un giorno mi avessi voluto mandare a quel paese avresti cominciato proprio chiamandomi col mio nome pronunciato per intero. E lo avresti fatto anche un giorno per comunicarmi di aver dimenticato le chiavi in auto, aggiungendo che sarei pure potuto restare comodo davanti alla tv perché tanto l’avevano già rubata.
– Mercu…
– Molto meglio.
– Mercu io non ti seguo e adesso davvero… sono con un po’ di gente e non è carino che me ne stia troppo qui, al telefono con te.
– (non avrei dovuto chiamarla. non c’è niente. perché ascolto le persone. ho immaginato tutto. coglione.)
– E poi non sai neppure tu perché mi hai chiamato. Capisci che così, anche con le più buone intenzioni, non si va da nessuna parte.
– Capisco (capisco che tanto non te ne frega un c…)
– Se ti va, possiamo sentirci via skype tra un’oretta, quando sarò a casa. Che ne dici? Magari nel frattempo capisci perché mi hai chiamata.
– (Riesce sempre a salvarsi in corner) Va bene. Che tanto non è una domenica molto emozionante. Ti aspetto qui.
– Dài, allora a dopo.
– Ok.

Non chiamerà. Accendo skype per scrupolo, ma tanto lo so che non chiamerà.
Ora mi metto qua a leggere un po’ di Murakami. Questo giapponese ha davvero il potere di mostrarmi il lato migliore delle cose. Anche quando parla di omicidi, situazioni famigliari complicate o incendi, riesce in qualche modo segreto che non conosco, a farmi distendere su di un momento di completa quiete. E non è mai noia, ma quiete. Sì.

(7 righe dopo)

Inutilissimo Murakami! E io che mi sbatto a tessere le tue lodi non appena qualcuno mi chiede consigli sui prossimi libri da leggere. Che cosa ti andava di raccontarmi in questa sospensione del tempo tra il suo “ti chiamerò” e la chiamata vera e propria (che non avverrà mai): di quel maledetto uomo pecora che rivela al protagonista che l’unico modo per sopravvivere è quello di danzare, danzare sempre. Che io poi non so danzare, ho sempre l’aria di un ubriaco claudicante quando cerco di danzare, pur essendo spesso realmente sobrio. Ma Neli sì. Lei è molto brava a danzare. Tempo fa l’ho anche vista. Era uno di quegli spettacoli dove si mischia il cinema con la letteratura e qualche performance di danza: tanto per mischiare le idee, che male che vada, un testo su tre sarà stato apprezzato. Io apprezzai un po’ tutto. Certo, soprattutto la danza. E ho anche cercato di non farmela piacere. Mi dicevo, sei un uomo, non puoi apprezzare la danza moderna e neppure la classica. Non è nella tua natura, ricordatelo sempre, giovane Mercuzio. Eppure mi feci spiazzare come da una finta di Pirlo, e mi trovai del tutto matto per la danza in 3 minuti, perché tanto durò la sua esibizione. Il resto non lo ricordo.

Sento il rumore del motore del frigorifero.
Fuori non c’è anima viva. Forse solo l’uomo pecora in cerca di un po’ di refrigerio sotto le betulle sparse nei giardini qua intorno. Forse solo lui potrebbe resistere a questa accanitissima afa.
Ora sta passando un aereo. È di quelli in arrivo. Quelli in partenza fanno un altro giro.
Chissà da dove arriva.
Ma poi penso, che cazzo me ne frega.
Aumento la potenza di questo fallo in plastica del dio Eolo. Uno di quei ventilatori fatti a piloni rotanti. Fa un rumore come di ferro arrugginito, ma è di plastica e questo mi manda in confusione.
Ad ogni modo non pare servire a un granché, continuo a sudare.
Un altro aereo.
Statisticamente, più aerei passano e più facile che uno di questi cada e centri in pieno casa mia. Vado in paranoia. I sudori da caldi diventano freddi. Mi si chiudono gli occhi. Sarà per la fame, sono le 16 e non mangio da ieri. Sarà per la tensione, ma sarà ben da stupidi addormentarsi per la tensione. Sta di fatto che improvvisamente non muovo più un muscolo e mi sento come galleggiare su di un mare placido con niente e nessuno fino all’orizzonte. Un orizzonte che mi circonda senza soluzione di continuità, senza pezzi di mondo visibili in alcuna direzione. Siamo solo io, l’acqua, il cielo e l’orizzonte. Punto.

Mi sveglio tre ore dopo.
Otto secondi per rendermi conto di essere un coglione.
Quindici secondi per scoprire quanto lo fossi veramente.
Sedici per avvalorare la più fondata delle ipotesi: ero un coglione di dimensioni mai viste prima. Immaginate un cavallo con l’orchite. Ecco, io ero cento volte più coglione di così.
Chiamata non risposta.
Nelide.
E poi c’è un lunghissimo messaggio. E la cosa non è da lei, tanto che non ho il coraggio di leggere.
Così metto in stand-by. E giuro che al prossimo aereo che passa, leggerò. Sempre che non mia abbia centrato in pieno. E prima o poi succederà. Voglio dire, la statistica non perdona.

 

 


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4 thoughts on “il mito della storia perfetta e le sue drammatiche conseguenze su di una mente instabile [dialogo – pt.2]

  1. Marcuzio lo si potrebbe definire un tipo “Sfigato”…uno di quelli che per un minuto di ritardo trova la saracinesca tirata giù…uno che perde il treno per essersi fermato a pulire la suola delle scarpe da una cacca di cane…uno come me insomma che rincorre la vita ma gli sta sempre un passo in dietro. Anche gli Sfigati però, prima o poi, sbagliano di quel tanto che la vita la raggiungono…

    • Chiamalo sfigato, o indolente, o semplicemente ritardatario (evitando, per il momento, di accedere a un universo di terminologie con connotazioni troppo negative), di sicuro … – ma come diavolo sto parlando?! – il fatto è che non so se gli farò mai fare qualcosa di giusto e tempestivo, sarebbe così poco divertente.

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